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Cronaca

06.09.2012

Vannoni: «La mia verità su Stamina Foundation»

L'INTERVISTA. Parla l'uomo al centro dell'inchiesta della Procura di Torino
«È una grande idea di solidarietà Ho solo cercato di portare in Italia una terapia capace di salvare migliaia di persone»

Davide Vannoni durante un'intervista al quotidiano La Stampa

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Davide Vannoni, professore all'università di Udine specializzato in neuroscienze cognitive è il presidente della onlus Stamina Foundation, l'organizzazione che è al centro dal 2007 di una inchiesta giudiziaria della Procura di Torino. Vannoni ha scelto «Bresciaoggi» per dare la sua versione dei fatti. Professor Vannoni come è iniziata la sua avventura con le staminali? «Da paziente. Ho avuto nel 2004 un problema di salute: una paresi facciale. Per curarla mi sono rivolto ai medici di mezza Italia, ma non riuscivo a risolvere. Ho preso contatti all'estero, e in Russia sono stato curato con le staminali da due professori universitari. Ho recuperato il 50 per cento del mio nervo. Ne rimasi sbalordito e entusiasta e decisi di provare a portare nel nostro Paese questa terapia che avrebbe potuto cambiare la vita a migliaia di persone. Ho parlato con la Regione Piemonte e in loro ho trovato un inziale entusiasmo e un'apertura che mi avevano fatto ben sperare. Siamo nel 2007 quando la Giunta regionale delibera un finanziamento di 500mila euro da destinare alla costruzione di un laboratorio in uno spazio messoci a disposizione dalla Regione stessa nei pressi di uno degli ospedali più grandi di Torino, il San Luigi Gonzaga. Ero entusiasta. Poco dopo i due professori russi si licenziano e arrivano in Italia per partecipare al programma. Tutto è pronto per inziare». Che cosa va storto a questo punto? «Passano i mesi e nulla più si muove, il finanziamento non arriva. Nell'attesa, però, io avevo messo in moto il meccanismo: prestiti dalle banche e i primi pazienti. Sei in tutto e con l' urgenza di inziare il trattamento. A questo punto scopriamo che il finanziamento è stato bloccato, poi verremo a conoscenza che un altro gruppo era interessato a quei soldi. Noi decidiamo allora di proseguire da soli e inizialmente ci appoggiamo ad una clinica privata in provincia di Torino, tutto questo grazie all'aiuto di alcuni medici che si erano appassionati al progetto. Qui curiamo i primi pazienti con risultati incoraggianti. Non vi era legge allora in Italia sulle staminali, la cosa era perfettamente fattibile. A questi pazienti chiediamo di contribuire». Allora è vero che chiedavate soldi ai pazienti? «Non si tratta certo delle cifre che sono apparse sui giornali, ma di un contributo per poter proseguire. Eravamo senza risorse, soli, abbiamo impiegato tutto ciò che avevamo, io in particolare per mettere in piedi la convenzione, e quindi per il momento era necessario l'intervento di tutti». Cosa accade nel 2007 con la legge europea sulle staminali? «Tutto si blocca, questo tipo di collaborazione non è più possibile in Italia e quindi dobbiamo trovare un'alternativa». San Marino? «Esattamente. Qui c'era un ottima clinica privata con dei laboratori all'avanguardia e in più non c'era una legge per le staminali, quindi con quei pochi soldi che avavamo ci siamo organizzati e abbiamo curato una decina di pazienti chiedendo a chi aveva disponibilità economica di contribuire e curando gratuitamente chi invece non poteva permetterselo. Il nostro motto è sempre stato quello di non mandare a casa nessuno». È a San Marino che fate la conoscenza del dottor Marino Andolina? «Andolina nel 2008 ci contatta e ci porta un bambino moribondo da curare. Il piccolo aveva 20mila piastrine, dopo la cura sono salite a 120mila e il suo fegato e la sua milza tornano ad avere dei valori normali. Andolina sposa la nostra causa e ci propone di tentare nuovamente di portare in Italia le cure tramite il centro trapianti di Trieste di cui era responsabile dei trapianti e terapia cellulare. Mi disse: "Questo è un vero e proprio trapianto quindi si può fare anche in Italia". Noi lo abbiamo seguito. Erano trapianti e basta, non farmaci, per cui non necessitavamo dell'autorizzazione. Sbrigate le procedure di legge, firmiamo una convenzione con l'ospeale per la ricerca e iniziamo. Andolina è un medico coraggioso e a Trieste stavamo ottenendo ottimi risultati con i trapianti di staminali, ma a questo punto scoppia l'inchiesta». Che idea si è fatto dei motivi che l'hanno portata al centro del ciclone. «Una ex collaboratrice di una mia società, la "Cognition", con sede a Torino, che con le staminali non ha nulla a che vedere fa un esposto. Sono venuto a saper che questa donna era la moglie di uno degli architetti che lavoravano nel laboratorio torinese che ci ha soffiato il finanziamento. Noi, però, credevamo, essendo in regola in un ospedale pubblico, di non aver nulla da temere da questa vendetta personale. Ma la vicenda del decesso di Font, con i parenti che ci hanno denunciati, ha sollevato un polverone mediatico che ci ha messo in croce. Vicenda rispetto alla quale ricordo che siamo stati prosciolti e Font non è morto per le staminali, tant'è che non siamo stati denunciati solo noi ma anche l'ospedale che lo aveva in cura. A questo punto però eravamo diventati per tutti gente pericolosa che ammazza le persone truffandole e anche i medici di Trieste messi alle strette si sono spaventati ed è arrivato lo stop dei Nas». Si parla, però, di più casi, non solo di una singola denuncia. «Quattro per l'esattezza, su 70 pazienti trattati, solo 4 di loro non sono migliorati e hanno denunciato. Di questi: tre erano paganti, mentre uno era gratis. Altri cinque invece hanno inviato al Pm Guariniello lettere di supplica per riprendere le cure interrotte, che sono una cosa ben diversa da una denuncia, ma che sono state archiviate come tali a nostro carico. Da Trieste ne usciamo tutti malissimo molti medici, tra cui Andolina, sono finiti inquisiti». A questo punto perchè non vi siete fermati? «Non esiste, io volevo solo dare una speranza ai malati italiani e non potevo fermarmi perchè sono certo della validità di questa cura. Così ripartiamo a Brescia. Con il Civile, grazie alla cosiddetta "legge Turco", stipuliamo una convenzione per le terapie convenzionali, che prima di essere firmata dall'azienda è stata valutata per 5 mesi. Con questa possiamo utilizzare non in via esclusiva il laboratorio e il nostro contributo è quello di preparare le cellule, coltivarle e poi quando il paziente è pronto scongelarle e porle nella siringa che poi i medici dell'Ospedale civile iniettano con la supervisione del direttore del Laboratorio. Tutto alla luce del sole. Persino il ministero, attraverso il dottor Cascello, responsabile della sperimentazione del dicastero della Salute, il cui comitato etico aveva approvato la convenzione, ci ha mandato un paziente da curare». Ma se tutto era in regola cosa è accaduto? «Quando sono arrivati i Nas, inviati da Guariniello, gli addetti si sono spaventati, creando non poca confusione nella corretta ricostruzione di cosa avveniva nel laboratorio di staminali. Noi avevamo pronte tutte le caratterizzazioni delle cellule che, però, i Nas non hanno voluto e che poi abbiamo consegnato alla commissione ministeriale». E la definizione di inadeguatezza data dall'Aifa, tutto inventato secondo lei? «Il discorso viene banalizzato sui giornali, ma la questione è questa: l'inadeguatezza non deriva dalla sporcizia, come è stato detto, ma dal fatto che il laboratorio del Civile non è come richiesto dalla legge europea un Gmp, ma è un Glp, cosa che però è più che sufficiente per trattare le staminali, ma è bastato per fermare tutto un'altra volta. Questo laboratorio è un punto pionieristico a livello mondiale, altro che inadeguato. Tanto che anche la sperimentazione doveva già partire. Avevamo fatto tutte le richieste, ma dal ministero ad un certo momento ci è stato detto che per ragioni economiche e per l'intervento di un altro ente non si poteva più partire. Il resto della storia è cronaca recente». A che punto è l'inchiesta? «C'è stato lo stop delle indagini il 19 agosto, che caso! Ora siamo in attesa di vedere i capi d'accusa. Comunque, indipendentemente da come andrà, io sono rovinato, la mia immagine e le mie finanze sono state prosciugate, vivo con lo stipendio da professore universitario al di là di quello che invece possa pensare la gente. Non ho mai toccato un paziente, e ogni malato è stato seguito dai medici in laboratori appropriati e non nella sede di via Giolitti a Torino. La Stamina Foundation era ed è una grande idea di solidarietà, tanto che alla fine eravamo riusciti con l'Ospedale civile a rendere le cure gratuite attraverso il servizio pubblico nazionale».


Federica Malvicini

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