7milamiglialontano, avventura al via
LA SPEDIZIONE. Fra contrattempi, fatiche, emozioni è cominciato il lungo viaggio che porterà otto avventurosi ad attraversare due continenti e dodici confiniNel villaggio «Jyothi Nilaya» il primo contatto con i bambini del sud dell'India, destinatari del ricavato di questa odissea di beneficenza
Ripartire da dove tutto è cominciato. È questo l'incipit, il primo atto, l'avvio di «7milamiglialontano», l'odissea benefica ideata dal gruppo bresciano Jyothi Nilaya, che significa «Casa di luce».
Proprio nella «Casa di luce» che le suore Orsoline di Somasca gestiscono a Mysore si sono ritrovati ieri gli otto componenti di questa singolare spedizione. E siccome nella comitiva ci sono cinque fotografi e due videomaker, è lì che sono scattate le prime istantanee, che sono stati realizzati i primi spezzoni che documenteranno il viaggio via terra dall'India a Brescia.
PERCHÈ MYSORE? PERCHÈ lì, appunto, è iniziato tutto. Lì Giuliano Radici è capitato anni fa per lavoro. Lì ha conosciuto le suore Orsoline, il loro lavoro a difesa dell'infanzia abbandonata. Lì, con la moglie Wilma Resinelli, ha adottato Remya. Lì la coppia bresciana di fronte a giudici indiani che esibivano clamorose parrucche, retaggio del dominio coloniale britannico, si è vista assegnare e consegnare quella bimba dolcissima, oggi maggiorenne.
L'incontro con Jyothy Nilaya ha cambiato, in ogni senso, la vita di Giuliano Radici, che da allora ha messo un bel po' del suo talento professionale di fotografo a servizio dell'infanzia abbandonata del sud dell'India. Con alcuni amici ha fondato l'associazione che si chiama, appunto, Jyothi Nilaya e ha sede a Sarezzo. Ha realizzato un primo libro («A Remya, mia figlia indiana dell'India») che ha raccolto fondi per la missione e il villaggio dei bambini di Mysore.
DOPO ALTRI PROGETTI, ora è scattato il più ardito e il più corale: un viaggio di 7mila miglia dal sud dell'India a Brescia attraverso Pakistan, Cina, Kyrgyzstan, Uzbekistan, Turkmenistan, Azerbaigian, Georgia, Turchia, Bulgaria e Croazia per rientrare a Brescia il 30 agosto. Un viaggio non comune, affrontato con mezzi non comuni. La comitiva viaggerà infatti a bordo di quattro motociclette Royal Enfield: sono i mezzi che hanno motorizzato l'intero subcontinente indiano. Le catene di montaggio continuano a sfornare ancora oggi queste moto pressochè identiche nel design alle loro progenitrici: gioielli dal fascino retrò che, una volta giunte a Brescia, saranno messe all'asta per raccogliere fondi per una nuova scuola a Mysore.
La spedizione è partita giovedì dalla Malpensa. Ne fanno parte cinque fotografi (i bresciani Giuliano Radici e Andrea Gilberti e poi Theo Volpatti, Stefano Zarpellon e Jean Claude Manfredi), due videomaker di Brescia, Valerio Ferrario e Damiano Nava, e un accompagnatore sempre bresciano, Pierangelo Reboldi.
Come si conviene per questi viaggi transcontinentali, la sveglia è stata intorno alle due (di notte). L'approdo alla Malpensa verso le 5. L'arrivo a Francoforte alle 6.50. Lì sono cominciati i primi ritardi. Poi via per la tratta più lunga verso Mumbai: nove ore di volo con i tipici film indiani sfornati da Bollywood (la Cinecittà indiana) a far compagnia ai viaggiatori, e Gilberti e Ferrari a destreggiarsi in una sistemazione più infelice delle altre.
DOPO L'ATTESA per l'atterraggio e poi per il nuovo decollo da Mumbai, alle 7 di mattina (ora indiana, che è avanti di quattro ore e mezza rispetto all'Italia) l'atterraggio finale a Bangalore e l'ultimo tratto, in pullman, di un'ora e mezza.
Ci sono volute trenta ore di viaggio per coprire un tragitto che, via terra, richiederà un mese e mezzo di tempo per essere coperto a ritroso.
A Bangalore, qualche amara sorpresa: le valige di Ferrario rimaste in Europa, e soprattutto le quattro Royald Enfield bloccate in dogana a Chennai. La spedizione tocca con mano disguidi «globali» e rallentamenti tipici della burocrazia indiana. In attesa che l'enigmatico corrispondente indiano, mr. Babu, sblocchi la situazione, agli otto non resta che consumare una cena indiana, con piatti speziati serviti su foglie di banano, salire a bordo di due «Ambassador» e raggiungere Mysore.
LÌ, COME D'INCANTO, le fatiche del viaggio, la rabbia e l'apprensione per i disguidi, paiono dissolversi. La scritta all'ingresso della missione è familiare: Jyothi Nilaya è il nome che lega villaggio e associazione. E poi ci sono loro: i bambini e le bambine che, sotto le cure delle suore Orsoline, hanno trovato cibo e istruzione. La ragione e il senso del viaggio, della fatica, delle attese sono proprio loro.
Per assicurare loro una nuova scuola questi professionisti della comunicazione si sono messi in viaggio, hanno impegnato un mese e mezzo della loro vita, hanno destinato il ricavato delle loro fatiche (che si tradurranno in libri e dvd).
Aspettando lo sdoganamento delle moto il viaggio correggerà rotta e tempi. Ma il carburante c'è ed è quello giusto: è fatto di calore, di sorrisi, di fragilità da sorreggere. È fatto della voglia di rendere Jyothi Nilaya più calda e - forse - un po' più luminosa.
Massimo Tedeschi
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