Brescia,una città «noir» nella penna di Gianni Simoni
LIBRI. «Commissario domani ucciderò Labruna», secondo poliziesco dell'ex magistratoIndagine su un assassino ossessionato dai colori, tra un'ispettrice seducente e un cronista di Bresciaoggi
Brescia città noir? Dopo i fumettisti, ecco un romanzo che elegge la Leonessa come scena del crimine. Non ci sono vicoli bui e strade violente come nel pulp americano, ma un «ventre» oscuro in cui il male si acquatta e la realtà non è mai quella che sembra.
Gianni Simoni, ex magistrato bresciano che ha condotto da giudice istruttore indagini in materia di criminalità organizzata, di eversione nera e di terrorismo e poi, presso la Procura generale milanese, ha sostenuto l'accusa nel processo d'appello per l'omicidio Ambrosoli e ha condotto l'inchiesta giudiziaria sulla morte di Michele Sindona nel carcere di Voghera (un'esperienza confluita recentemente ne «Il caffè di Sindona», redatto a quattro mani con il collega Turone per i tipi della Garzanti), ritorna in libreria con un secondo poliziesco.
GIA NEL PRIMO, «Un mattino d'ottobre» (Foschi editore), Brescia era intuibile sullo sfondo. Qui invece, in «Commissario domani ucciderò Labruna» (Tea, pp. 369) la presenza della nostra città è esplicita nel rimando alle vie e ai luoghi, seppur con qualche licenza (la Questura si trova non dove è ora, ma in via Musei, come un tempo).
IL TITOLO cita una lettera anonima che viene recapitata al commissario Miceli. Non è uno scherzo di un mitomane, perché subito dopo compare un cadavere con l'identità annunciata. E la spirale delirante e delittuosa prosegue, minacciando medesima sorte a un Lobianco e a un Larossa. Chi è mai questo assassino che sembra ossessionato dai colori e prende di mira i cognomi di origine meridionale? Il cronista di Bresciaoggi, tale Locurcio (solo un figurante di pura invenzione, ma grazie per la citazione!), avverte un brivido lungo la schiena, tuttavia non rientra, per sua fortuna , nella lista.
Come nel primo romanzo, ritornano i protagonisti seriali delle indagini: il commissario Miceli, galantuomo scafato prossimo alla pensione che si ostina a credere nella positività della ragione, e l'ex-giudice Petri, cervello fino maigretiano, più intuitivo e assestato sul coté domestico (la moglie, la pipa e un buon bicchiere di vino).
Accanto a loro, l'ispettrice Bruni, seducente e fulva. Anzi è proprio lei coinvolta nel qui pro quo a sorpresa, perché l'omicida, che non è un serial killer, agisce beffardamente come un satanasso che vuole depistare le ricerche e prendersi la sua rivincita sulle forze dell'ordine: forse nel suo mirino non c'è un Larossa qualsiasi, ma solo «la rossa».
Simoni mena la danza con scaltrezza, rallentando l'andatura nella parte centrale, dove mette a fuoco la normalità ambigua e sfuggente della città (molti presunti innocenti che nascondono cadaveri nell'armadio), nonchè l'antropologia di procure e commissariati, in cui le ottusità e gli umani difetti vanno di pari passo con le benemerenze professionali ed etiche, per poi imboccare un finale palpitante per costruzione narrativa.
L'autore, che evidentemente conosce l'ambiente, sa dare credibilità e spessore alle sue creature, coniugando il suo piacere di scrittura con il nostro di lettori.
Nino Dolfo
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