«Italian shari», la storia di Hina
dà vita a un romanzo-denuncia

PUBBLICAZIONI. Perdisa propone l'urticante e rabbioso racconto del milanese Paolo Grugni

«Il caso bresciano mi ha colpito» ammette l'autore. Da lì è partita la sua ricerca su retroscena poco noti che coinvolgono molte ragazze
13/05/2010
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La vicenda di Hina Saleem è diventata un romanzo

Il caso di Hina Saleem, la ragazza pakistana di Sarezzo sgozzata e sepolta nell'orto dai parenti maschi nell'agosto del 2006, perché non era una «brava musulmana» e non voleva adeguarsi agli usi tradizionali della cultura d'origine, viene citato solo nel risvolto di copertina, ma è lo spunto, il contesto di riferimento di «Italian sharia» di Paolo Grugni (Perdisa, pp. 203, euro 14).
Quello di Grugni è un romanzo coraggiosamente «molesto», di denuncia, che ci mette con le spalle al muro, ci pone un dilemma morale stanando la nostra ignavia. Dietro la storia di fantasia c'è dunque una cronaca rumorosa e riconoscibile.
Nel libro si legge dell'omicidio di una ragazza marocchina (non a caso come la Sanaa di Pordenone, altra vicenda simile ed esemplare) e della successiva scomparsa della sorella maggiore che viene riportata a forza nel suo Paese per essere colà giustiziata a morte nel nome della Sharia e sotto silenzio. Il protagonista - io narrante inizierà una ricerca serrata fino in terra africana per salvarle la vita.
«È vero - rivela il milanese Grugni - il caso bresciano di Hina mi aveva colpito, ne ho seguito gli sviluppi, mi sono documentato. Quando ho cominciato a scrivere, non si era ancora verificata la tragedia di Sanaa. Nel frattempo sono venuto a contatto con una fonte riservata che mi ha raccontato retroscena a noi sconosciuti: alcune ragazze islamiche disobbedienti vengono rimpatriate per subire la medesima condanna. È la parte sotterranea e non visibile dell'iceberg, altrettanto scandalosa, concreta e reale. Nel romanzo io mescolo le carte: Brescia diventa Prato, dove l'immigrazione cinese è preponderante, ma i problemi di integrazione intolleranza sono gli stessi».
Nel romanzo, oltre a questa vicenda, ce n'è un'altra, quella della morte di Michael Jackson. «É l'aspetto puramente letterario, una specie di filo rosso che attraversa e unisce la storia principale. Quando finii la prima stesura, Jackson era ancora vivo, sono stato purtroppo tragicamente profetico. Molti sono stati i dettagli aggiornati in seguito, senza dimenticare che Jacko si era convertito alla religione islamica e che anche lui è stato vittima di gravi soprusi».
Chi salva una vita, salva il mondo. Il protagonista rischia in proprio e spende di propria tasca per essere in pace con la propria coscienza. «Il suo è un gesto simbolico, ma appunto per questo rivoluzionario. Se nessuno fa, nulla succede. Il mio romanzo non sposa una causa, rifiuta le derive xenofobe, ma anche la faciloneria buonista per cui gli immigrati sono solo vittime. Sono contro i fondamentalismi, di qualsiasi parte. Ho fatto un libro in difesa dei diritti delle donne e le prime a non parlarne sono le donne. Non me ne capacito. Forse perché a parlare del problema è un uomo».
Infine la scrittura, urticante e rabbiosa, ma anche inventiva e alta. «Mi è costata un grande lavoro di rifinitura. La letteratura conserva la vita come la vita non riesce a conservarsi ed è per questo che scrivo».

Nino Dolfo

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