«Tancredi», tragico finale a Villa Lechi
CURIOSITÀ. Il ritrovamento a Brescia dello spartito autografo di uno dei capolavori di Gioacchino RossiniIl conte Giacomo lo segnalò nel 1974 all'esperto Gosset
Il successo di uno dei capolavori di Gioacchino Rossini riguarda Brescia. Una storia singolare e interessante, che pochi conoscono, e che ci parla di un'altra epoca, nella quale per la nostra città passavano le sorti di un'Europa inquieta, attraversata da guerre e da fermenti culturali.
Si tratta del fortunato ritrovamento del manoscritto originale del finale tragico dell'opera «Tancredi», apollineo capolavoro dell'allora ventunenne compositore, tratto da un dramma di Voltaire e andato in scena al teatro La Fenice di Venezia nel febbraio 1813. Per la ripresa di qualche mese dopo a Ferrara, Rossini approntò il finale tragico, rispettando la fonte, mentre per la prima veneziana aveva scritto, su testo del librettista Gaetano Rossi, una conclusione felice per i protagonisti.
IL RITROVAMENTO dello spartito autografo rossiniano è merito della generosità del conte Giacomo Lechi, appartenente ad una delle famiglie nobili più importanti della nostra provincia, i cui membri ebbero parte attiva nelle lotte per il Risorgimento. L'antenato del conte Giacomo, Luigi Lechi (1786-1867) fu personalità politica e letteraria di rilievo a Brescia, nella prima metà dell'Ottocento, presidente del Governo Provvisorio della Lombardia, presidente dell'Ateneo bresciano ed uno dei primi Senatori del nuovo Regno d'Italia (1860). Luigi Lechi fu anche membro, insieme a Vincenzo Monti e Cesare Arici, del gruppo dei poeti neoclassici seguaci di Ugo Foscolo.
IL GRANDE POETA, come noto, fu ospite a Brescia nel 1807 della contessa Marzia Martinengo Cesaresco, in occasione della pubblicazione del carme «Dei sepolcri». Probabilmente, proprio tramite Foscolo, Luigi Lechi, prima del 1813, incontrò e si innamorò della prima protagonista (ruolo en travestì) dell'opera, il contralto Adelaide Malanotte («una bella veronese cara alle Grazie e alle Muse», come la descrisse Foscolo) con cui visse sino alla morte di lei nel 1832. Non solo Lechi accompagnò la cantante a Venezia e Ferrara per le rappresentazioni di «Tancredi», ma elaborò egli stesso il testo della nuova scena conclusiva, con il finale tragico.
Nel 1974 il conte Giacomo Lechi comunicò alla Fondazione Rossini di Pesaro che nei suoi archivi giaceva il manoscritto autografo originale con il finale tragico dell'opera. «Ricordo con particolare piacere - spiega Philip Gosset, studioso di Rossini di fama internazionale - il giorno in cui con Bruno Cagli (allora direttore artistico della Fondazione Rossini, ndr) e Alberto Zedda (direttore d'orchestra, ndr) visitai la villa del conte Lechi a Montirone, per un primo esame del finale tragico.
LA SPLENDIDA VILLA del diciottesimo secolo, squisitamente arredata e decorata, con deliziosi giardini all'italiana, è incantevole di per sé. E diventa ancora più affascinante quando si conoscono le gloriose vicende della famiglia Lechi. I suoi componenti manifestano un amore autentico per il loro passato, una profonda conoscenza del materiale in loro possesso, ed una disponibilità ad aprire i loro archivi agli studiosi. Fu veramente emozionante esaminare per la prima volta il leggendario finale tragico di "Tancredi" in una simile cornice ambientale».
COSÌ, GOSSET fu in grado di ricostruire l'opera come Rossini l'aveva concepita per Ferrara. Da allora il finale tragico ha sostituito quello originale nelle rappresentazioni moderne. «Le sue qualità irripetibili - dice ancora Gosset - sono destinate ad affascinare le platee di oggi».
«Tancredi» era, tra i melodrammi di Rossini, il prediletto da Stendhal, innamorato della sua musica e dell'Italia, ospite a Brescia a inizio Ottocento al seguito delle truppe napoleoniche: in quest'opera, scrisse Stendhal nelle sue «Memorie», Gioacchino Rossini «raggiunge la perfetta fusione tra melodia italiana e armonia tedesca».
Merito anche dell'amico bresciano del celebre maestro pesarese. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Fabio Larovere
