Garda, orizzonte che ammalia
L'ANTEPRIMA. Sorprendente debutto di Carlo Simoni, storico e saggista riconosciuto, ora anche romanziere di talentoIl romanzo epistolare è ambientato nel '700 bresciano Protagonisti sono un imprenditore-mercante, un'epoca storica irripetibile, il lago e inquietudini molto moderne
Il romanziere che non t'aspetti. Una storia che si dipana lungo tutto il grand siécle fra Brescia e il Garda. Un romanzo epistolare e sinfonico in cui si intrecciano rivolgimenti storici e turbamenti soggettivi. L'ascesa e il declino di una grande famiglia mercantile, ma anche il presagio di una modernità pre-industriale. Un personaggio totalmente intriso degli umori dell'epoca sua, il Settecento, e totalmente moderno per gli interrogativi, i dubbi, gli slanci.
Tutto questo e molto altro sta nell'«Orizzonte del lago» (Cierre edizioni, pp. 288, euro 16, prossimo all'approdo in libreria), opera prima-rivelazione di Carlo Simoni, finora noto a Brescia per la corposa produzione saggistica, gli studi sociali ed economici, apripista di filoni come l'archeologia industriale e la cultura materiale, a lungo direttore editoriale della Grafo e di AB.
L'ORIZZONTE del lago che sa essere angusto e desolato in certi giorni ma anche sereno e vasto in altri - come spiega l'autore nella nota finale - racconta una storia datata e locale, capace tuttavia di accenti moderni e universali. Un po' Buddenbrok settecentesco e un po' Memorie di Adriano in chiave lacual-padana, il romanzo di Simoni evoca personaggi storici, da Mariateresa d'Austria al figlio granduca, dall'abate Turbini al Gerolamo Fenaroli seguace bresciano di Montgolfier, e tratteggia un processo storico preciso (l'emergere dei mercanti imprenditori del Settecento e il loro successivo dividersi fra tentazioni di accreditamento fondiario - nobiliare e slanci di riforma economico - sociale).
Di tutto ciò è emblema la parabola della famiglia Archetti, origini montisolane e affari gardesani, capace di tessere una vasta rete economica fra Benaco e Tirolo, fra Venezia e Vienna: una famiglia che diede alla Chiesa il cardinale-nunzio Giovan Andrea, ch'è uno dei personaggi del libro. Il vero protagonista è però il fratello Giovan Antonio, consapevole artefice delle fortune economiche familiari, intimamente pervaso però dal «tormento di non poter star solo e di non voler stare con gli altri». Troverà pace solo ritirandosi in quell'«eremo popolatissimo», «lontano da tutto e lontano da nulla», che è Campione dove condurrà l'esperimento di una produzione pre-industriale dal volto umano, lontana dall'inquadramento militar-carcerario delle grandi industrie di Otto e Novecento.
La corrispondenza di Giovan Antonio Archetti con l'amico Federico (un pre-illuminista) e in parte con il conte Carlo Bettoni, razionalista empirico, e poi con la fidanzata di gioventù Carlotta, e l'amore della maturità Eleonora, tessuta in una lingua che allude alla prosa settecentesca senza mimarla pesantemente, offre la struttura di un libro che avvince e si legge d'un fiato.
Con le lacune e le domande irrisolte tipiche di un romanzo epistolare che, nella finzione letteraria, è di per se stesso mutilo, «L'orizzonte del lago» offre almeno tre livelli di lettura (e godibilità) o, se si preferisce, tre protagonisti.
Il primo è il Garda, tratteggiato con una tavolozza lessicale e cromatica vibrante, evocato nei suoi momenti epici, dalla gelata settecentesca della superficie al passo migratorio delle oche delle nevi, ma anche nelle arie e nelle malinconie dello scorrere delle stagioni.
IL SECONDO è la borghesia mercantile di cui Giovan Antonio Archetti è esponente: una classe che crede «nell'aristocrazia nuova e del merito», che coltiva i suoi riti urbani e le sue finzioni sociali mentre nel popolo cova «la rabbia di sudor e fame in tempo di pace e di fame e macello in tempo di guerra».
Il terzo e principale protagonista è l'autore di gran parte delle lettere, Giovan Antonio, con i suoi amori inquieti che trascolorano ma non scompaiono mai del tutto, con la sua graduale rassegnazione all'«indifferenza innocente della Natura», con il suo conformarsi a «desideri ragionevoli», la sua convinzione illuminata che alle plebi occorrano «non padri generosi, ma fratelli giusti».
L'epistolario è prima di tutto un diario che serve all'autore a fermare «i momenti in cui il viver è apparso Luminoso. Non sempre di felicità, ma di luce sempre nuova». Dopo una vita ispirata al principio-speranza la vecchiaia acuisce in lui «lo scandalo delle altre morti», l'angoscia per «l'oscurarsi del possibile». Alla fine la sua figura e le sue inquietudini ci divengono familiari e ci accompagnano ben oltre la fine del libro, come si conviene a un personaggio letterario pienamente riuscito. E con lui ci ritroviamo a pensare, riconciliati con noi stessi, che «nulla è indegno d'esser ricordato, perché tutto che si sia vissuto ci appartiene, ma voglio dire: ci ha fatto, e ci fa».
Massimo Tedeschi
