Ritorna «Alfabeta» per chi pensa senza partito preso
EDITORIA. Seconda serie del periodico famoso negli anni OttantaAppello agli «intellettuali non organici» dalla rivista che fu di Edoardo Sanguineti e che rinasce coordinata anche da Omar Calabrese e Umberto Eco
Alla domanda sull'attuale disorientamento etico-culturale non è facile rispondere veridicamente. La situazione è molto intricata. Esigerebbe analisi approfondite, rese difficili dal numero esiguo dei competenti capaci di svolgerle e dal predominio degli addetti ai lavori, che fanno quanto possono e impediscono ogni analisi critica rivolta a smitizzare, a mettere sotto inchiesta l'andazzo culturale-artistico con tutte le sue astuzie protettive e fumogene. Sono questi gli «intellettuali organici», contro i quali prende posizione Umberto Eco, in un articolo che apre il primo numero di una nuova rivista, Alfabeta 2, appena nata, diretta da Gino di Maggio, coordinata da un comitato storico composto da cinque persone di spicco (Omar Calabrese, Umberto Eco, Maurizio Ferraris, Carlo Formenti, Pier Aldo Rovatti) e stampata con eleganza dalle Grafiche Aurora di Verona.
La rivista mensile procede nella direzione culturale della precedente Alfabeta (edita dal 1979 al 1988) a difesa degli intellettuali «non organici», ossia inclini a intervenire nel dibattito socio-culturale come segnalatori d'allarme e indicatori di nuove tendenze. «È per questo», si legge nella nota editoriale, «che danno fastidio agli intellettuali organici e ai loro sostenitori, molto propensi, in ogni tempo, a mantenere le istituzioni culturali in rapporto di dipendenza da certe tendenze politiche di marca autoritaria di destra e di sinistra».
Come precisa Eco, nell'ultimo paragrafo del suo articolo intitolato Alfabeto per intellettuali disorganici, di cui qui a destra riproduciamo l'inizio, «il programma della rivista neonata è rivolto a difendere la figura dell'intellettuale non succube della politica»: il suo compito di vigilanza nel sottoporre i fenomeni socioculturali al vaglio della riflessione e della critica mirando a diffondere opinioni da cittadino del mondo (non da fazioso difensore di privilegi) che devono essere «pubbliche e aperte al controllo collettivo» per poter agire in funzione del bene comune.
DANTE Eco dice a chiare lettere che l'intellettuale degno del nome è cresciuto nelle culture più disparate, al di là di confini nazionalistici, etico-religiosi, politici. «Svolge funzione critica anche il più fiero dei reazionari, che parla contro il mondo così com'è e propone il ritorno a un passato più saggio del presente. Dante era un intellettuale di destra, che sapeva bene di far parte della cerchia di coloro per i quali il mondo così ha scritto è patria come il mare per i pesci». Quanto al ventesimo secolo, Eco brevissimamente rammenta l'esempio di Benda, con la sua polemica sul «tradimento dei chierici» cui si potrebbe aggiungere quella di Elémire Zolla, non meno pregevole, per la coraggiosa dirittura, di Camus, in contrasto con Sartre, ma pieno d'ammirazione per una dissidente eroica come Simone Weil. Quest'ultima che direbbe delle numerose fotografie che, su Alfabeta 2, danno testimonianza del lavoro di Jannis Kounellis, l'artista prescelto che «accetta la mentalità duchampiana del mondo come autosignificazione» (Bonito Oliva)? E che dicono i giovani, che forse guardano e riguardano le illustrazioni di Kounellis come nipotini «sperduti sulle orme di Duchamp»?
Ogni numero di Alfabeta 2 sarà dedicato a un artista. Il primo offre un'antologia visiva dell'opera di Kounellis, che si intrattiene a dialogare sulle avanguardie novecentesche e sulla sua ricerca, commentata anche da Bonito Oliva in una nota non limpidissima. Per far più luce, sarebbe stato utile un dibattito, magari aperto dai cinque studiosi del «comitato storico» e comunque non riservato soltanto ai soliti specialisti, che parlano in critichese, gergo spesso infarcito di oscure glosse. Se vogliamo davvero salvaguardare la ricerca artistica più recente dalle ipervalutazioni, promosse dalla propaganda modernistica, e dalle preclusioni ideologiche degli antimodernisti per partito preso, dobbiamo allargare il dibattito senza imporre, o sconsigliare, consensi e dissensi. Quando si ripresenta il pericolo del consenso conformistico (che induce ad accettare tutto ciò che il mercato dell'arte propone) solo il confronto può aprire la via della conoscenza, con le sue necessarie verifiche. È una via che, nell'ambito della tradizione italiana novecentesca, è stata percorsa, con rettitudine ammirevole, da un filosofo come Guido Calogero. Due suoi libri, La filosofia del dialogo e Scuola sotto inchiesta, offrono indicazioni preziose per uscire dalla palude delle involuzioni che spuntano anche nella vita artistica d'oggi.
Gian Luigi Verzellesi
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