Se la casa è vuota Quei piccoli, soli davanti a un video

SOCIETÀ. La sofferenza dei bambini attraverso sette storie esemplari
Isabella Bossi Fedrigotti racconta le famiglie di oggi. Soffrono di isolamento anche tanti bambini presi nella rete di protezione
02/09/2010
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Isabella Bossi Fedrigotti torna in libreria con Se la casa è vuota

La sofferenza dei bambini è la più dolorosa anche per chi soltanto la osserva. Le foto inquietanti dell'infanzia tormentata nel Sud del mondo, i volti segnati dalla fame, dalle malattie, dall'abbandono, restano come confitti nel nostro intimo e alimentano un disagio profondo, che forse neppure gesti generosi, ma esterni, come offerte di denaro, possono alleggerire. Ma esiste anche una sofferenza diversa da cui neppure i bambini del mondo ricco sono immuni ed è la sofferenza della solitudine. Questo il tema dell'ultimo libro di Isabella Bossi Fedrigotti, sette racconti che sono altrettante storie di vita, con il timbro della realtà, timbro inconfondibile, che segna un po' tutte queste «storie inventate dal vero», come dice l'autrice.
Narratrice di razza, Isabella Bossi Fedrigotti è nata alla scrittura con una storia di amore e di guerra che guardava alle vicende del nostro Risorgimento da una prospettiva inedita, quella degli austriaci, (Amore mio, uccidi Garibaldi, 1980), ma anche in quel bel libro il tessuto fondamentale erano i sentimenti, la segreta dinamica della vita interiore. Via via nei romanzi successivi la scrittrice è venuta sempre più affinando la sua capacità di indagare le contraddizioni complesse dell'animo, soprattutto delle donne e forse anche per il suo lavoro di giornalista (ricordiamo il forum con i lettori del Corriere che forse le ha fornito del materiale su cui lavorare), si è accostata con perizia e sapienza tutta femminile a problemi sociali e individuali che caratterizzano il nostro tempo e la nostra società.
«Questa raccolta di racconti», dice l'autrice, «da una parte ha al suo centro una serie di figure delicate e indifese che sono i bambini; dall'altra delinea, con tratti decisi e infallibili, ma in controluce, i profili dei genitori, gli adulti cui i bambini sono affidati. Un mestiere difficile, quello del genitore, che ci trova spesso impreparati e che chiede non sapienza, ma una grande capacità di amore. Senza l'amore che è altruismo, generosità, capacità di sentire e capire l'altro, il rapporto con i bambini si rivela sterile, infruttuoso e profondamente negativo». Isabella Bossi Fedrigotti tratteggia personaggi adulti e bambini con lucidità e precisione, con uno stile che per essere semplice non perde mai profondità e capacità di cogliere l'essenziale. L'universo di questi piccoli protagonisti ha caratteristiche abbastanza simili: non mancano di nulla, cibo, giocattoli, persone che li sorvegliano e li custodiscono. Sono ben chiusi in quella che Bossi Fedrigotti a ragione chiama la rete: «Si affannano spesso i genitori a fare in modo che i figli non restino mai soli, prevedono, organizzano. Fino alla tal ora stanno a scuola, poi c'è la vicina o la zia o la nonna o al filippina, poi arriva la studentessa che li accompagna a lezione — di sport, di musica, di lingua — e li segue nei compiti, poi mamma e papa tornano a casa e la giornata è fatta. Rete che, tuttavia, inevitabilmente, fa pensare un poco a un recinto teso per impedire agli animali di scappare».
A molti bambini questa gabbia basta, ma ad altri più sensibili, più difficili, no. E poi ci sono anche quelli che per vari motivi, in primis quello finanziario, non possono essere affidati ad alcuno; magari parenti o nonni non ci sono o sono lontani. Allora il piccolo prigioniero trascorre metà della sua giornata in casa, solo, esposto ai rischi della tv o del computer che diventa l'unico compagno. Una volta questi bambini giocavano nei cortili o nelle strade e lì facevano una prima, importante esperienza dei rapporti con gli altri e con la vita, con dei rischi, ma anche con la possibilità di incontrare degli amici e allora erano amicizie che magari duravano per sempre. Oggi la città è nemica dei bambini; il traffico ha invaso tutte le strade, anche quelle di periferia. I cortili sono vuoti e per chi non ha la rete di custodi, non c'è che la solitudine o l'incontro con l'estraneo che si mostra più disponibile e magari è un personaggio dei peggiori.
Tra questi racconti che suscitano con vivezza i profili di bambini o adolescenti tormentati dalla incomunicabilità con il mondo degli adulti colpisce il primo, intitolato Io. Una storia forse autobiografica: i genitori litigano con un crescendo che ai figli fa paura, litigano per nulla, per i motivi più futili. Presi singolarmente questo padre e questa madre sono affettuosi con i figli, ma poi cercano di crearsi degli alleati appena si scontrano con il partner. Quando si affaccia l'idea della separazione, i figli si oppongono: forse la vita in casa sarebbe più tranquilla, ma separazione vuol dire solitudine e quella ai bambini sembra la malattia più pericolosa e difficile. La storia di Pietro è a lieto fine e ci insegna che l'affetto che lenisce la solitudine non viene necessariamente dai genitori, ma può essere anche quello di una nonna o di una persona qualsiasi che però si carica dell'impegno di regalare al piccolo una attenzione esclusiva, costante. Le famiglie allargate che oggi sono diventate così frequenti (un genitore e il suo nuovo partner con i suoi figli, l'altro genitore con il compagno con i figli suoi e la rete della parentela di tutti e quattro) possono anche andar bene per i bambini, a patto che le scelte siano fatte per loro e non per astratti intendimenti che dovrebbero equiparare i diritti di tutti i membri del clan.

Paola Azzolini