Tajabone, il film nato sui banchi di scuola

L'EVENTO. Sei mesi di preparazione e tre settimane di riprese per una storia che ha un fortissimo sentore di realtà
Il regista Mereu, che è insegnante ha coinvolto nel progetto gli allievi
09/09/2010
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Tre dei giovanissimi protagonsiti-autori di Tajabone di Salvatore Mereu, girato in una scuola media sarda

La Mostra non fa da tramite solo tra presente e passato, industria e prodotto amatoriale, pellicola e digitale ma anche, inevitabilmente tra fiction e realtà. Lo dimostra Tajabone di Salvatore Mereu. Il quarantacinquenne regista di Dorgali per garantirsi la sopravvivenza fa l'insegnante di educazione all'immagine alle medie. È riuscito comunque a ritagliarsi lo spazio per girare il lungometraggio che l'ha reso noto, Ballo a tre passi (2004, David di Donatello opera prima) e Sonetàula (3 Globi d'oro e invito a Berlino 2008).
Nel lavoro scolastico ha però origine Tajabone. Trasferitosi a Cagliari per l'ambientazione di un film al momento solo scritto, Mereu nella scuola Alagon (quartiere San Michele) e nella Don Milani (quartiere Sant'Elia) ha lanciato il gioco «facciamo un film»: è il modo migliore, come si sa, per «rompere il giocattolo» e far imparare come funziona il linguaggio dell'immagine a persone che nella vita lo frequenteranno, in tv, videoclip, pubblicità o cinema, molto più che le parole. È anche un bel modo per complicarsi la vita, ma il putiferio nelle classi si è acquietato con la visione de La classe - Entre les murs di Laurent Cantet. Il film ha chiarito il progetto: niente Guerre stellari, niente facile popolarità, ma i ragazzi, provenienti da quartieri popolari e spesso da situazioni difficili, avevano già acquisito la disillusione ed erano poco inclini all'ansia da prestazione mediatica.
Il lavoro di elaborazione, da novembre al maggio scorsi ha prodotto dei «trattamenti»: dialoghi «forti» da sviluppare nelle riprese durate solo tre settimane. Nelle quali è emerso che si andava oltre la barbosa grammatichetta (cos'è un campo lungo, una sequenza) per mettere in luce, superando naturali ritrosie, situazioni personali, magari conflittuali.
Mereu, che era approdato alle classi sperando di trovarvi le figure adatte per il film in elaborazione, ha trovato cinque storie che procedevano da sole coinvolgendo otto ragazzini che compaiono nei titoli come coautori. Il nero senegalese deve guadagnare ma la madre (che canta la canzone Tajabone, il nome d'una festa islamica) pretende che non abbandoni la scuola, Munira e Brendon diventano fidanzatini («L'amore è una brutta cosa: non sai più cosa fare») ma il padre rom di lei si rivolge ai carabinieri, Alberto per aiutare il padre pescatore si mette nei pericoli... Il racconto è più scondito che lezioso, i preziosi mezzi «agili» di registrazione lasciano qualche asprezza nel sonoro, ma le fisionomie – candide, scafate, imprevedibili – parlano da sole. Ridurre la distanza tra oggetto rappresentato e rappresentazione può essere economico, dice Mereu. Ma, si deve aggiungere, rischia di trovare nuova linfa.
I ragazzi «cattivi» di Tajabone non hanno però potuto vivere fino in fondo la loro emozione. Gli otto ragazzini arrivati dalla Sardegna non hanno potuto partecipare alla conferenza stampa del film. All'ultimo minuto gli insegnanti che li hanno accompagnati al Lido non hanno permesso loro di incontrare i giornalisti perché ufficialmente mancano le liberatorie dei genitori.

Enzo Pancera