LA CRITICA
ERMENEUTICA. La scienza di evitare i fraintendimentiPERDUTO E IL SENSO
«Un' immagine», scrive il filosofo americano Donald Davidson (1917-2003) nel suo libro intitolato Verità e interpretazione, «non vale mille parole, né qualunque altro numero. Le parole non sono una moneta che si possa scambiare con le immagini». Che senso hanno allora i commenti verbali della critica d'arte visiva?
«Il critico», risponde Davidson, «cerca di rendere la propria creazione più accessibile e più perspicua dell'originale visivo, ma nel contempo cerca di riprodurre negli altri alcuni effetti che l'opera originale ha avuto su di lui». Ma «nessuna proposizione esprime» ciò che un quadro rende visibile perché ciò che si vede nell'immagine pittorica non ha un contenuto determinato paragonabile a quello che può avere un enunciato, costituito di parole che obbediscono a convenzioni, grazie alle quali il contenuto o il significato può risultare comprensibile. Nell'immagine, il contenuto è incarnato in ciò che si vede. E la rappresentazione conseguita dall'autore è aperta a più interpretazioni, che non riguardano soltanto il riconoscimento dell'oggetto rappresentato, ma soprattutto il modo della rappresentazione.
Il riconoscimento, in opere ricche di verosimiglianza, è immediato; molto meno agevole è l'individuazione, e comprensione, del particolare modo stilistico, che anima la figurazione quando non si riduca a piatto o disanimato mimetismo o illusionismo. In questo caso, la figurazione si riduce a segno: la sua vivezza formale si annulla nella convenzione mimetica adottata o nel vuoto dell'astrazione. Al contrario, nelle figurazioni artistiche, il fattore convenzionale diminuisce. E cresce qualcosa che non s'era veduto mai prima che l'immagine si realizzasse come esito del breve o lungo lavoro compositivo.
Il critico più sensibile riesce ad avvertire questa crescita e cerca di esprimere in parole, per coloro che ascoltano, «gli effetti», scrive Davidson, «che l'opera originale ha avuto su di lui». Così arriva a «fornire indizi adeguati affinché un ascoltatore giunga ad un' interpretazione corretta» ossia rispondente a ciò che l'opera rende visibile con la sua specifica consistenza stilistica, che costituisce la sua concretezza o verità effettiva.
In questo senso, l'attività critica rientra nell'ermeneutica, disciplina che si occupa dell'interpretazione come «arte di evitare il fraintendimento», che è tanto più frequente quanto più prevale, nell'esame delle opere, la soggettività invasiva dell'interprete più o meno farneticante.
Questo pericolo del fraintendimento emerge dal confronto tra l'ermeneutica di H. G. Gadamer (1900-2002) e quelle di E. Betti (1890-1968). Quest'ultimo nega che l'interprete debba svolgere un'attività sbrigliata o «creativa»: il suo compito è rivolto a trarre il senso dall'opera non a imporglielo arbitrariamente dall'esterno. Ma spetta in particolare a P. Ricoeur (1913-2005) il merito di aver rilevato il «conflitto delle interpretazioni» che risulta molto frequente, sia nell'ambito letterario-filosofico-teologico che in quello artistico: con conseguenze tanto più preoccupanti quanto più tali da far perdere fiducia nella possibilità di sottrarre il senso delle opere, ossia la loro verità, alla deriva relativista.
NELL'AMBITO filosofico-teologico, è recentissima la rivalutazione degli studi del Cardinale J. H. Newman (1801-1890), che nelle pagine illuminanti della Lettera al duca di Norfolk (che preannuncia le conclusioni innovative del Concilio Vaticano II) sostiene che il senso delle sacre scritture si rivela progressivamente.
È bene, precisa Newman, che gli interpreti «si guardino dal dogmatizzare»; seguano, nel leggerle, la retta coscienza, che è l'«autorità suprema»: la loro attenzione perciò va rivolta «prima alla Coscienza, poi al Papa».
Come ha rilevato un filosofo, ricercatore instancabile, che insegna all'università di Torino, Maurizio Ferraris, oggi il rischio di travisare, di perdere il senso della qualità, è altissimo: la quantità dispersiva distrae, ci condiziona e ci sospinge verso «un'autocoscienza che spesso è una falsa coscienza». Donde l'esigenza, fortemente sentita sia da laici che da religiosi, di dilatare lo spazio delle indagini della coscienza ricercando principi interpretativi capaci di indurre i ricercatori a «non prendere per certo tutto quello che viene riferito come verità».
Al di là delle propagande sempre più scatenate in ogni campo, sussistono «tante verità». così aggiunge Newman, «fino a oggi non ancora scoperte». Osservatori acuti non mancano nell'ambito della vita etico-politica, tra i quali spicca un maestro come Noam Chomsky (intervistato di recente sul numero 8 di Micromega). Nell'ambito italiano, aiutano i lettori a orientarsi, nel caos della crisi attuale, studiosi come Paul Ginsborg, Gustavo Zagrebelsky , Sefano Rodotà, Enzo Bianchi, Gianfranco Ravasi.
Gian Luigi Verzellesi
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