Un giudice in palcoscenico

L'INTERVISTA. Gherardo Colombo parla dello spettacolo in programma giovedì sera al Palabrescia di via San Zeno. L'ex magistrato di Mani Pulite sarà il pm in «Processo a Cavour», accanto a Ruggero Cara e a Martina Galletta
05/04/2011
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Gherardo Colombo, giovedì sera al Palabrescia in «Processo a Cavour»

Brescia. Né atmosfere kafkiane né accanimento giudiziario da tribunale del popolo. «Processo a Cavour» è uno spettacolo che vuole far pensare senza rinunciare ad essere divertente. Parola di Gherardo Colombo, l'ex-magistrato impegnato nell'inchiesta sulla P2 o nell'ambito di Mani Pulite, che giovedì sera calcherà il palcoscenico del Palabrescia come attore nella veste di pubblico ministero.
«Misurarmi col teatro non è una nuova sfida dopo che quattro anni fa ho smesso la toga - ci racconta il giudice milanese -. A convincermi è stato il testo scritto da Corrado Augias e Giorgio Ruffolo. Mi è sembrata una buona occasione per celebrare in maniera non retorica e meditata il 150° dell'Unità d'Italia. Il teatro è uno splendido strumento di comunicazione ed ha una matrice di riflessione civile fin dalle sue origini. Il personaggio di Antigone mi sembra esemplare».
Ma torniamo a «Processo a Cavour», allestimento che vede sulla scena, oltre a Gherado Colombo, anche Ruggero Cara, regista nonché interprete nella parte dell'uomo politico piemontese, e Martina Galletta nelle vesti tricolori del Belpaese.
«Lo spettacolo ripercorre la storia del Risorgimento partendo dall'accusa che viene mossa a Cavour, l'artefice di questa operazione, ovvero di aver fatto l'Italia, anzi di non essere riuscito a farla. Cavour ha scritto una lettera a Rattazzi in cui dice: "L'Unità d'Italia? Una corbelleria: ma ogni tanto la storia fa delle corbellerie". In altre parole Cavour non avrebbe frenato l' unificazione di un Paese che non era preparato a un processo così complicato, non avendo i requisiti politici e culturali per affrontare tale passaggio. Questo è lo spunto per chiamare in causa Mazzini, Garibaldi, Cattaneo, l'imperatore austriaco, Napoleone III, Vittorio Emanuele II, la contessa di Castiglione, Ciro Menotti, i fratelli Bandiera».
Da qua parte la requisitoria che attraverserà la questione meridionale («fu un atto di aggressione nei confronti di un Regno legittimo?»), l'impresa dei Mille (definiti «avventurieri»), i rapporti con la Chiesa con le dolorose lettere di Pio IX ai regnanti europei. Fino alla accorata risposta di Cavour che richiamerà a propria difesa Dante, Guicciardini e Machiavelli. E la testimonianza dell'ospite speciale, l'Italia appunto, che andrà in aiuto del conte in quanto donna informata sui fatti.
«E' un modo - continua Gherardo Colombo - per stimolare le coscienze degli italiani. Ancora oggi lo spirito di comunità nel nostro Paese non è molto avvertito e vedremo di capire se dipende da Cavour o da come sono stati gestiti questi 150 anni. La sentenza sarà espressa non da una corte, ma dal pubblico che nella propria intimità dovrà decidere se Cavour è colpevole e se l' Unità d'Italia valeva la pena oppure no. Noi non diamo risposte, solleviamo solo domande».
Ma il suo parere qual è?
«Ritengo positivo che l'Italia sia una. Credo anche che sarebbe un bene se si riuscisse a puntare verso un federalismo solidale».
In questi giorni ha esposto la bandiera a casa sua?
«No, perché il mio appartamento si affaccia in un interno. Se desse sull'esterno, non avrei problemi ad esporla».
Sui banchi dei palazzi di giustizia lei ha smascherato scandali e intrallazzi, un malcostume che ha radici lontane nella nostra storia. Sono tare endemiche di cui non è possibile liberarsi?
«Voglio sperare che siano malattie infantili. Gli scandali servono a crescere, purchè se ne esca e si tragga insegnamento».
In tutta sincerità, al pubblico ministero questo Cavour sta simpatico?
«Non vorrà mica che influenzi la giuria degli spettatori? Venga a vedere lo spettacolo».

Nino Dolfo

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