BILLIE HOLIDAY,
PROTAGONISTI. CINQUANT'ANNI FA MORIVA LA CANTANTE AMERICANA. UNA VOCE STRAORDINARIA, UNA VITA MALEDETTALA PERLA NERA
Cinquant'anni fa, il 17 luglio del 1959, moriva Billie Holiday, sicuramente la più drammatica, sensuale e autentica voce della storia del jazz. La sua vita si concluse a soli 44 anni, durante un ricovero in ospedale, con la polizia che presidiava la sua stanza per l'ennesima accusa di detenzione di stupefacenti. La sfortunata cantante nera non aveva la tecnica di una Sarah Vaughan o di Ella Fitzgerald eppure i suoi dischi pur nell'impurità del timbro, e nonostante l'asprezza e l'opacità dell'emissione vocale, rappresentano dei capolavori del jazz perché veri, strazianti, capaci di trasmettere umanità. Alla bellezza fisica, al fascino, alle ineguagliate doti di Billie Holiday fecero perennemente da contrappeso droga, alcol e una vita infernale segnata pesantemente anche dalla discriminazione razziale. E' la stessa vita che è stata decantata da decine di libri più o meno romanzati, da un'autobiografia scritta un anno prima di morire e da un film ("Lady Sings The Blues", 1972) con Diana Ross nei panni della cantante. Ma è anche la stessa vita che emerge in tutta la sua drammaticità nel documento filmato "Strange Fruit", realizzato a Londra negli ultimi anni di vita della Holiday con il titolo di uno dei pezzi resi famosi dalla sua interpretazione, un brano che cantava lo strano frutto che è un nero impiccato all'albero dai razzisti bianchi. Billie Holiday iniziò a frequentare l'ambiente del jazz intorno al 1930. A quell'epoca era ancora un'adolescente. Per mantenersi lavava i piatti in un sordido locale di periferia di Baltimora, città in era nata da due genitori minorenni. Dopo una violenza carnale che la segnò per sempre, a tredici anni scappò a New York, dove iniziò a prostituirsi e, a soli quattordici anni, a cantare. In un piccolo locale di Harlem, dove veniva pagata con bottiglie di birra, venne notata dal produttore John Hammond uno tra i più capaci talent scout del jazz. Questo le permise di lavorare sin dagli anni Trenta con Teddy Wilson, Ben Webster, Freddie Green, per breve tempo con Duke Ellington, in un occasione con Louis Armstrong (nel 1946) e soprattutto con Lester Young. "Prez" e "Lady Day", così si chiamavano tra loro, tra il 1937 e il '41 stabilirono uno dei più grandi sodalizi della storia del jazz: non un amore ma un rapporto che ha lasciato incisioni strepitose e soprattutto un rapporto umano divenuto leggendario perché nato da un'intima intonazione di sentimenti artistici. Per lei Lester Young era l'unico vero faro nell'altro capitolo nero della sua vita, quello dei rapporti con l'emisfero maschile. Ovvero una catena di fallimenti sentimentali che non hanno fatto altro che alimentare l'angosciante litania di alcol e eroina. Oltre ai tanti gruppi di cui fu alla testa, spesso registrò e suonò dal vivo assieme a grandi orchestre: quelle di Count Basie, di Benny Goodman e per nove mesi, nel 1938, con Artie Shaw, che la prese sotto la sua ala protettrice in una big band in cui fu l'unica nera. Una condizione resa ancor più pesante da episodi a sfondo razzista avvenuti durante le tournée nel Sud degli Stati Uniti. In un albergo le fu imposta un'entrata separata, la salita alle camere col montacarichi, cene in cucina e divieto di servirsi al banco del bar, come gli altri musicisti; nel corso di un concerto in un paesino vicino a Atlanta lo sceriffo si mise a urlare dalla platea dandole della "piccola zulù". Con gli anni Cinquanta la voce di Billie Holiday iniziò a rovinarsi, ma nonostante questo alcune registrazioni di quel decennio, soprattutto tra il '57 e il '58, sono mirabili, e dal vivo riuscì fino alla fine dei suoi giorni a trasmettere una grande emozione. Il disco più paradigmatico di chi fu Billi Holiday è ancora oggi il disco "Lady In Satin" registrato per la Columbia con l'orchestra di Ray Ellis diciotto mesi prima di morire: una voce distrutta capace di far venire la pelle d'oca.[FIRMA]
Luigi Sabelli
Luigi Sabelli
