Ammirati, viaggio oltre dolore e paura di vivere l'amore

I FINALISTI DEL CAMPIELLO. “Il mio romanzo più tondo, più classico”
Io narrante maschile in una storia che parte dal lutto per arrivare al superamento dell'inautenticità «I premi letterari? Punti d'arrivo»
18/08/2011
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Maria Pia Ammirati, nella cinquina del Campiello con "Se tu fossi qui"

«Lo definisco il mio romanzo più tondo, più classico. Vengo da testi sperimentali; questo invece ha uno svolgimento regolare, mai sperimentato prima». Maria Pia Ammirati, dirigente televisiva, scrittrice e giornalista, che collabora alle pagine culturali di giornali e riviste (oggi scrive per il quotidiano Liberal), parla così di Se tu fossi qui (Cairo editore), che dopo un buon successo di vendite (10 mila copie), figura tra i cinque libri finalisti del Campiello edizione 49. Alle spalle l'autrice ha I cani portano via le donne sole, selezionato allo Strega 2001; Un caldo pomeriggio d'estate, Premio Grinzane Cavour Calabria, e altri volumi di saggistica tra cui Il vizio di scrivere sulla narrativa italiana degli anni Ottanta.
La storia con cui la Ammirati gareggia nel premio degli Industriali veneti vede una giovane donna che muore e il marito Matteo, sconvolto, che comincia a interrogarsi sulla loro vita in comune. Mano a mano viene trascinato in un vortice di indizi e di incredibili rivelazioni, di false piste e di agnizioni inattese. Un telefonino che continua a suonare, messaggi che lampeggiano nella notte. Un amante segreto? Una seconda vita misteriosa? Un passato che ritorna? O solo un uomo e una donna che hanno smesso di comunicare, che non hanno saputo mettere a nudo il loro cuore? Succede tutto nel tempo veloce e atroce della scomparsa di Luisa; Matteo scopre di non sapere nulla di lei e vorrebbe a tutti i costi tornare indietro. Vorrebbe amarla, abbracciarla, conoscerla, condividere giorni felici con le due figlie piccole. Ma non è più possibile. Si può soltanto pensare di ripartire, stavolta senza troppi preparativi e con un bagaglio nuovo di verità irrinunciabili.
Il romanzo è centrato su una voce maschile, Perché?
«Perché così ha un'esca narrativa più forte; cattura di più l'attenzione. Non è solo per via del tema del dolore. L'attrazione più forte è seguire l'io narrante fino alla rinascita. Il piacere è nell'uscire dal dolore».
Come è nato il romanzo?
«È nato da un'ossessione che mi vagava nella testa. Improvvisamente un pomeriggio estivo in campagna sono nate di getto le prime cinquanta pagine, e le ho lasciate così. Poi si è sviluppata tutta la storia che scommette sull'impossibile e trasforma la narrazione dell'indicibile in lettura avvincente. È un libro sulla paura e sull'incapacità di amare. Un racconto estremo sulla mancanza di coraggio che affligge spesso la nostra vita quotidiana. Sulla difficoltà di vivere appieno la propria vita».
Qual era la sua ossessione?
«Il tema del malessere e del dolore, unito a quello della famiglia. Per narrarlo, una voce maschile oggi è più autentica. Sono interessata a seguire i percorsi di un uomo che mostrano una grande differenza con quelli di una donna, di fronte ad una scomparsa, ad un lutto. Alle donne la morte di una persona cara dà una forza maggiore; negli uomini scattano altre molle come la paura di gestire il futuro e anche il quotidiano».
Il tema è il lutto, quindi?
«Non voglio spaventare; non è questo il vero tema: è il superare il dolore, elaborare il lutto con la rabbia, l'incavolatura, ed arrivare ad altro. Matteo arriva dalla inautenticità alla autenticità».
Cosa vuol dire il narrare per Ammirati?
«Forse non si nasce mai scrittori. All'inizio analizzavo i testi dei nuovi autori italiani, il meccanismo del romanzo; la più grande avventura è leggere i romanzi e distruggerli nei loro componenti. Ho cominciato proprio dalla saggistica, ma mi sono accorta che solo quando scrivi romanzi hai dei lettori".
Lettori e premi. Dopo altri successi, ecco il Campiello. Cosa significano secondo lei i riconoscimenti letterari?
«Sono importantissimi. Rappresentano i punti d'arrivo, il mostrarsi per gli scrittori che sono personaggi solitari. Ma i premi sono anche un gioco: premiare la scrittura. Se non ci fossero, saremmo rovinati».

Lorenzo Reggiani