TRE NODI

LETTERATURA. Il giornalista e scrittore morì il 28 gennaio 1972
Dino Buzzati, 40 anni dopo. 1. Misterioso? Era davvero in cerca dell'assoluto. 2. Esistenzialista? Con senso 3. Credente? No, diceva lui, però ammettendo i dubbi DEL DINO
28/01/2012
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Dino Buzzati (San Pellegrino di Belluno, 16 ottobre 1906-Milano, 28 gennaio 1972)

Un racconto, I Santi, della raccolta La boutique del mistero di Dino Buzzati comincia così: «I Santi hanno ciascuno una casetta lungo la riva con un balcone che guarda l'oceano, e quell'oceano è Dio. D'estate, quando fa caldo, per refrigerio essi si tuffano nelle fresche acque e quelle acque sono Dio». Arriva un altro inquilino, san Gancillo, in vita umile contadino. Dopo la sua morte «qualcuno, pensandoci su, si era reso conto della grazia che riempiva quell'uomo, irraggiando intorno per almeno tre, quattro metri». Gli altri santi più celebri sono sommersi di richieste per posta, invece lui è negletto; così provvede a piccoli miracoli: muove gli occhi al suo ritratto in chiesa, ma lo nota solo lo scemo del paese; fa sbocciare una rosa dalla sua tomba, ma viene estirpata come erbaccia; dona la vista a un cieco, ma la grazia è attribuita dal popolo a san Marcolino. Anche un santo in paradiso deve portar pazienza, a sentirsi trascurato? Una sera, mentre san Gancillo si scalda al focolare, «dal camino cominciò a uscire una sottile colonna di fumo, e anche quel fumo era Dio». Questa storia, che cosa dice della poetica e della personalità di Buzzati, a 40 anni dalla sua scomparsa? Per chi ha confidenza con lo scrittore, si tratta di un tassello del grande mosaico letterario da lui costruito. Vi si scorgono comunque tre nodi da sciogliere, nell'interpretazione dell'autore. UNO La rappresentazione del mistero. Inteso come Assoluto, apparentemente lontano, di fatto è sempre in relazione con l'uomo. Nella sua vita Buzzati ha declinato quest'unico tema in molteplici storie, sottoforma di romanzi, racconti e altre espressioni, con genialità di poligrafo e artista. DUE Di più: ha trasformato la sua vita quotidiana, professionale e privata, in una ricerca del senso dell'esistere, provando a rispondere alle questioni fondamentali. Ecco il contagio dell'alter ego, tra Buzzati e i personaggi: il redattore doverista del Corriere della Sera (vi lavorò per 44 anni, dal 1928 al 1972) nelle veglie notturne in attesa di notizie (peraltro, tempo prezioso per scrivere) diventa il tenente Drogo che da una sperduta fortezza scruta l'orizzonte nella perenne delusa attesa del nemico (Il deserto dei Tartari); l'alpinista delle Dolomiti (Buzzati era nato a Belluno nel 1906 e frequentava la «superba montagna») che vuol salire alla cima per guardare il mondo dall'alto è il guardaboschi che pure attende una conquista che dia senso alla vita presso una vecchia inutile polveriera, ma all'arrivo dei contrabbandieri la vittoria dell'onore è nella pietas, non nell'orgoglio vendicato (Bàrnabo delle montagne). Come dire, lo spirito umano trova già un approdo nella disciplina dell'inquietudine e della tensione: così il colpo non sparato di Bàrnabo e il sorriso superiore di Drogo. Sono solo due esempi, ma se ne potrebbero fare altri, considerato anche l'esame dei critici agli articoli di giornale — innumerevoli e vari: elzeviri, cronache (memorabile la nera), reportages, recensioni — in cui risulta costante la fedeltà alla sua tematica di fondo. Ricerca spirituale e doti letterarie, nell'analisi psicologica di ambienti e persone, si ritrovano anche nelle cronache, come quella dal Giro d'Italia 1949: «Può darsi che in mezzo a questi campi così felici si decida il Giro; e che si spezzi un cuore. Bartali, vecchio leone, è questo il giorno che presto o tardi deve venire, è questa l'ora tua suprema dopo la quale comincia l'ultimo crollo della giovinezza? Si è rotto l'incanto proprio qui, su un miserabile colle che misura appena 585 metri? Il tuo genio fedele che finora ti scortava, trascinandoti alla gloria, non risponde più alle tue chiamate?» È la tappa Salerno-Napoli, dove il corridore è staccato dai fuggitivi e sembra spacciato, salvo recuperare in extremis. Buzzati vi sente l'epica della vita: «Nel mezzo di una corsa, all'improvviso, ti sentirai stranamente solo: come un re in battaglia che, voltandosi indietro per ripartire gli ordini, non scorge più il suo esercito, dissoltosi per incantesimo nel nulla. Questo momento terribile verrà. Ma quando? Tu non lo sai. E potrebbe essere oggi, in una delle tappe più facili del Giro, perché il destino è maligno e si diverte all'ironia dei paradossi». Per lo scrittore, più che giustificare una possibile resa si tratta di trovare una via d'uscita in un'eroica accettazione della fatica, del sacrificio, dei drammi della vita. Mutano i contesti, ma l'uomo è chiamato sempre a resistere: Bàrnabo è cacciato, il bosco vecchio tagliato, il consunto casermone della Baliverna crollato, ma i protagonisti si attivano per un riscatto morale. E un premio c'è: nel Poema a fumetti, per esempio, Orfi scende nell'Ade alla ricerca dell'amata Eura (Orfeo ed Euridice), morta nel fiore degli anni, e tornato si ritrova in mano un significativo anello. Insomma, un tenace incontro col mistero tanto nei personaggi quanto nello scrittore. TRE Ma il suo cammino non fu mai rasserenato dalla fede. Colpito dal cancro, alla clinica della Madonnina di Milano (dove morì a 65 anni, il 28 gennaio 1972) Buzzati ripeté fino all'ultimo «l'ho sempre scritto, l'ho sempre scritto». Riviveva così le sue opere, tutte tese a preparare l'incontro con l'Assoluto. Confessò: «Nonostante il residuo cattolico dato dalla mia educazione religiosa, oggi io non credo. Soprattutto non credo nell'aldilà. Però non posso non avere dei dubbi...»

Stefano Vicentini