Glenn Close è Albert Nobbs, la donna che non sa più di esserlo

CINEMA. In uscita venerdì nelle sale italiane il film che ha conquistato tre nomination agli Oscar
Incredibile metamorfosi dell'attrice per una storia crudele e dolce
05/02/2012
Zoom Foto
L'attrice Glenn Close trasformata nel cameriere Albert Nobbs

Glenn Close ha interpretato per la prima volta il ruolo di Albert Nobbs a teatro, nel 1982. Il personaggio nasce da un racconto breve dello scrittore irlandese George Moore, dal titolo Morrison's Hotel, Dublino. Parla di un'epoca, il diciannovesimo secolo, nella quale alcune donne, per sopravvivere alla violenza maschile o fare carriera in categorie a loro precluse, decidevano di travestirsi e vivere da uomini. Letto così sembrerebbe un escamotage da romanzo d'appendice ma si tratta di una triste realtà: tra i tanti resoconti dell'epoca il più stupefacente è quello di James Miranda Barry, diventata chirurgo nell'esercito inglese e smascherata solo dopo la morte. Glenn Close ha cercato di portare Albert Nobbs sul grande schermo per trent'anni. Ci è riuscita in questa stagione cinematografica, con un omonimo film che uscirà nelle sale venerdì prossimo, preceduto da recensioni dubbiose che non gli hanno impedito di guadagnarsi tre nomination all'Oscar: miglior attrice protagonista per la sempre straordinaria Close; miglior attrice non protagonista per la co-star Janet McTeer e miglior trucco. Una trasformazione, quella della sessantaquattrenne attrice americana, capace di reggere sul proprio virtuosismo l'intera pellicola. Glenn Close diventa un uomo e come tale si muove e parla. Sotto il contegno di Albert Nobbs, cameriere in un hotel dublinese, si nasconde però la gentilezza di una donna costretta a rinunciare a se stessa. Dopo trent'anni di travestimenti Nobbs crede totalmente nella sua nuova personalità, tanto da aspirare al matrimonio con una donna che possa aiutarla mantenere la facciata. Albert stringe amicizia con un'altra «travestita», Hubert, che si fa passare per imbianchino. Insieme si prenderanno cura di una giovane cameriera (Mia Wasikowska) rimasta incinta di un uomo alcolizzato e manesco. Ma sulla città incombe un'epidemia di tifo e la tragedia, purtroppo, è dietro l'angolo. Dirige Rodrigo Garcia, regista colombiano figlio del grande scrittore Gabriel Garcia Marquez, trasferitosi negli Usa nel 1987 e diventato autore di punta dei serial targati HBO (Carnivale, I Soprano, Deadwood). Questo è il suo secondo lungometraggio per il grande schermo, dopo l'indipendente Nine Lives, nel quale aveva già collaborato con la Close. L'attrice, oltre che produrre, firma anche la sceneggiatura a quatto mani con John Banville. Per il New York Times, «le interpretazioni di Close e McTeer sono meravigliose ma il film è troppo pulito e decoroso per lasciare impressioni durature». Gli fa eco Roger Ebert, sulle pagine del Chicago Sun Times: «Un'interpretazione coraggiosa, credibile, nella quale Glenn Close non fa mai un passo falso». Peter Debruge, su Variety, fa calare la mannaia: «Peccato che il film sia una vera noia!». Questa è la sesta nomination all'Oscar per Glenn Close, a ventitré anni di distanza da quella ricevuta per Le relazioni pericolose (le altre quattro furono raccolte tutte durante gli anni '80). La vittoria sarebbe doverosa ma la competizione, capitanata da Meryl Streep, è agguerrita.

Adamo Dagradi