L'ULTIMO
TESTIMONI. Vent'anni fa la scomparsa del monaco e grande poetaMonsignor Adami, l'amico nei momenti di pace: «Oggi David Maria Turoldo è più attuale che mai. Meglio essere atei pensanti che credere in un Dio sbagliato» PROFETA
Sono vent'anni che padre David Maria Turoldo ha reso la vita «che mi hai ridato» come ha voluto mettere sul frontespizio della sua raccolta Canti ultimi (Garzanti, 1991), e vent'anni che manca la voce e il canto del profeta a noi, «lasciati orfani su cammini spezzati»: con questi suoi versi lo ricordò l'anno scorso Giulia Valerio Cederna. La commemorazione avvenne a Pieve di Colognola, in quella chiesa del Veronese dove ogni anno lo commemorano centinaia di persone, riunite sotto «la tenda per il popolo di Dio» come lo stesso Turoldo l'aveva definita ispirandosi alla sua architettura romanica. Questo incontro, che i nipoti del monaco-poeta ritengono «il più bel ricordo che viene fatto dello zio», si celebra sempre in prossimità del 6 febbraio, anniversario della morte, avvenuta a 75 anni nel 1992, ed è voluto da monsignor Luigi Adami, parroco qui da quasi 40 anni e punto di riferimento per padre Turoldo, che apprezzava la sua ospitalità e la sua amicizia. «È possibile realizzare questo memoriale da tanti anni», sottolinea don Luigi, «cambiando ogni volta tema, perché non abbiamo mai cercato la dimensione celebrativa o autoreferenziale, ma la memoria dell'uomo, del sacerdote, del poeta e del pensatore. Lui aveva un grande bisogno di amicizia ed era un amico profondo, capace di gesti gratuiti e non formali, con l'impeto della sua carica poco diplomatica e tanto umana». PERCHÉ una chiesetta di campagna? «Capitò che un organizzatore di eventi, con tanto di master in comunicazione e marketing, come si dice oggi, chiedesse un po' insolente a padre Turoldo perché cercasse rifugio a San Zeno, in una canonica di campagna», ricorda don Adami, «e la sua risposta fu incisiva e tagliente: “Perché qui ci sono gli amici”». Amicizia semplice, istintiva, come il frate friulano aveva ereditato da una terra di emigrazione e stenti, amicizia fatta di dialogo profondo sui temi cari anche a don Luigi: il confronto, il dialogo, l'ecumenismo, la Chiesa e la testimonianza dei cristiani. «La comunicazione era su temi vitali, importanti e difficili», dice il sacerdote veronese, «ma ho imparato tanto da lui, prima di tutto la “lectio divina” cioè la lettura meditata della sacra Scrittura, secondo la regola monastica per cui ci si rivolge a Dio con la supplica “Dammi ciò che ordini, e ordina ciò che vuoi” e che traduce in pratica ciò che non deve limitarsi a una semplice riflessione intellettuale sulla Parola di Dio». Era questa la sorgente da cui padre Turoldo attingeva il suo quotidiano alimento, fatto di preghiera attraverso i Salmi, tradotti con la forza della poesia, quella stessa che hanno nell'originale ebraico, per «vivere liberi e fedeli». «Libertà e fedeltà erano i due polmoni che davano respiro al suo pensiero e alla sua vita spirituale e incarnata: liberi perché fedeli e fedeli perché liberi di esserlo. “Meglio essere atei pensanti che credere in un Dio sbagliato” era la sua forte convinzione», cita don Adami, riprendendo un celebre canto di Turoldo: «Fratello ateo, nobilmente pensoso/ alla ricerca di un Dio che non so darti,/ attraversiamo insieme il deserto./ Di deserto in deserto andiamo/ oltre la foresta delle fedi/ liberi e nudi verso/ il nudo Essere/ e là/ dove la Parola muore/ abbia fine il nostro cammino». I poveri, gli ultimi, la poesia, la sofferenza, la Chiesa, la morte erano i temi su cui si intrattenevano in canonica e nelle passeggiate tra i vigneti e gli ulivi della valle: «Camminavamo insieme e mi stringeva l'avanbraccio, l'uno sostegno dell'altro, l'uno bisognoso dell'altro. “Lo faccio qui, scusami, non posso farlo con i miei frati, per non disturbare la quiete del chiostro”» diceva ironico di questa amicizia. Nei versi, uomo pratico e di azione (aveva partecipato anche alla Resistenza e sostenuto dopo la guerra l'esperienza di Nomadelfia, pagando con l'esilio questa disobbedienza alla gerarchia cattolica) esprimeva la disperazione ma mai la rassegnazione, «perché contagiava con la sua speranza», ricorda don Adami. La poetessa Alda Merini aveva mandato una sua testimonianza in occasione del decennale della morte all'incontro di Pieve di Colognola: «Non era un appassionato di credi, ma un uomo quasi costretto a prendere la materia della vita e farne un canto. Era una montagna di fede, ma era anche una montagna di misericordia. Non volevo che lo chiamassi poeta, soltanto mi guardava con tanta tenerezza, con la tenerezza che per anni mi ha accompagnato e ha fatto di me, malgrado le mie strane convinzioni, un poeta convinto della presenza di Dio».
Vittorio Zambaldo
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