DA LUI RIDI

ANNIVERSARIO. Un classico immortale a 200 anni dalla nascita
E ASPETTI PIANGI
07/02/2012
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Charles Dickens (1812-1870), immortale autore di David Copperfield e tanti altri capolavori

Sipario aperto sul palcoscenico di Londra. A 200 anni dalla nascita (7 febbraio 1812), si celebra Charles Dickens, autore classico della letteratura inglese che creò storie indimenticabili in età vittoriana. Sfileranno carrozze, gentiluomini, ragazzi poveri in canna: apparati e figure in costume caratteristici del suo mondo, amatissimo e popolare da sempre. Sarà solo un omaggio scenico e coreografico oppure un sincero ritorno di fiamma per quei tipi umani realistici che il genio dell'Ottocento ritrasse alla perfezione, appartenenti a un'epoca lontana, ma simili a noi, coi caratteri che incontriamo regolarmente nel nostro quotidiano? È quest'ultimo l'obiettivo da centrare. Nella capitale britannica si animeranno nei prossimi mesi centinaia di iniziative, molte in progress: da letture pubbliche a rivisitazioni di romanzi in teatri e cinema, da mostre d'arte a curiosità da collezionisti (occasioni per riscoprire anche l'opera omnia). Nessuno ci vieta di pensare a un colpo di bacchetta magica che faccia prendere per mano David Copperfield, Oliver Twist o Nicholas Nickleby: personaggi non soltanto inglesi ma compagni di strada di generazioni che vi si sono immedesimate nella propria formazione. Qualcuno ha detto: non amare Dickens è peccato mortale. Quello che conta è che sia rinnovata la sua immortalità. Non è un caso che la sua dimora londinese in Doughty Street sia oggi un rinomato museo (inopinatamente chiusi: vedi l'articolo qui a destra) e le spoglie riposino nell'abbazia di Westminster accanto a quelle di Shakespeare, emblemi rispettivamente dell'Ottocento vittoriano e del Cinquecento elisabettiano. Tuttavia la festa del bicentenario si irradierà in tutto il Regno Unito e in cinquanta Paesi del mondo, con oltre mille eventi. In Italia, al momento è giunto un timido riflesso di luce, un convegno internazionale e una pubblicazione. L'Università Statale di Milano, in collaborazione con il British Council, aprirà a Palazzo Greppi una due giorni di raduno di esperti (15-16 marzo) per riflettere sulla fedeltà delle biografie alla vita reale dello scrittore, dal titolo «Dickens: lives in fiction and afterlives». Inoltre, è appena uscito il saggio Una gioia antica e nuova (Marietti 1820, 226 pagine, 17 euro) con la raccolta delle prefazioni di tutte le opere da parte di Gilbert Keith Chesterton, universalmente noto come il creatore del prete-detective padre Brown, ma che fu anche uno dei migliori critici dickensiani. Già autore di una biografia lodata da Eliot, Shaw e dal presidente Roosevelt, e della voce Dickens nell'Enciclopedia Britannica, di lezioni internazionali e di un programma radiofonico per la BBC, Chesterton in queste introduzioni, pubblicate dalla popolare collana Everyman, scatenò il suo humour e il gusto del paradosso, interpretando le illusioni dell'età vittoriana e attualizzandole, nonché svelando gli inciampi della critica sul suo più amato scrittore. Ventidue opere vengono passate al setaccio, dalla prima prova Sketches by Boz (Boz è il nomignolo di Dickens) all'ultimo Il mistero di Edwin Drood, rimasto incompiuto. Il successo arrivò alla seconda prova, Il circolo Pickwick, che uscì a dispense in 400 copie fino alla tiratura di 40 mila, un bestseller. «Pickwick», commenta Chesterton, «si divide in infiniti romanzi, rappresenta principalmente una specie di promessa folle, una visione prenatale di tutti i figli di Dickens, l'estasi dell'uomo che sta facendo quello che sa fare. Era ansioso di mostrare di poter scrivere bene». Senza esperienza e con quella opportunità data su precisa commessa, far da semplice cornice ai disegni del famoso Seymour (che in corso d'opera si suicidò), lo scrittore ventenne dimostrò che «i poeti minori non possono scrivere a comando, i grandi poeti sì». Il ritratto dapprima spensierato del vittorianesimo si incattivisce con Oliver Twist, dove la fanno da padroni gli istinti, i soprusi e le ingiustizie radicali. Si mescolano pathos e umorismo agghiacciante. «Mi riferisco ovviamente alla battuta intramontabile del ragazzo che chiede ancora cibo. L'intensità di questa immagine ben rappresenta la rigida scuola di critica sociale di cui Dickens era esponente. Descrivendo uno squallido ospizio popolare, lo scrittore realista moderno avrebbe descritto tutti i bambini come schiavi, muti e senza aspettative, o speranze, incapaci anche solo di una risposta ironica o di un disperato segno di protesta; personaggi patetici perché pessimisti. Ma Oliver Twist non è patetico perché è pessimista. È patetico perché è ottimista. Tutta la tragicità di quell'episodio sta nel fatto che egli si aspetta che l'universo sia buono con lui, e crede di vivere in un mondo giusto». CHESTERTON non permette che si interpreti l'irrequieta disposizione per la farsa e la leggerezza esuberante come segni di debolezza, anzi sono ulteriore attestazione del genio. «Venti poeti minori», dice a proposito dei Libri di Natale, «sarebbero in grado di descrivere in modo piuttosto convincente un'eternità di agonia. Molti meno, anche tra i padri della poesia, sarebbero in grado di descrivere dieci minuti di soddisfazione». Va creduto. Dickens difese accanitamente i buoni sentimenti nella letteratura e nella vita, a prescindere da scuole di pensiero politiche e sociali. Nel capolavoro David Copperfield c'è un curioso allontanamento dei personaggi «in un luogo dove l'anima poteva guarire dalla sua dolorosa ferita». Secondo Chesterton, «dobbiamo tenerci amici i matti; eppure qui lo scrittore sembra velatamente negarlo. Sembra che si voglia disfare dei personaggi assurdi solo perché non cambieranno mai. Un finale ingiusto. Dopo aver creato delle splendide creature per cui vale la pena vivere non può sopportare l'idea di vedere il suo eroe conviverci. Dickens temeva le sue creazioni». Con la stessa penna sapida vengono analizzate le opere della maturità, dove non si perde la magia della scrittura pur volgendo ad approfondimenti psicologici che mostrano una visione più amara e disincantata della vita: Casa desolata, Tempi difficili, Grandi speranze e Il nostro comune amico rimangono grandi, ma opere del tramonto. Dunque lo scrittore diede sempre del suo meglio, dall'inizio alla fine. Ne espressero la gratitudine e la paternità vari intellettuali, ma in realtà ci fu anche chi avanzò riserve, soprattutto la cultura accademica, pignoleggiando sulla sua mancata istruzione e sull'adescamento del gusto popolare. Però ricorda Stefan Zweig che «quando morì (improvvisamente, il 9 giugno 1870, nella sua casa di Gad's Hill) fu uno schianto per tutto il mondo inglese. Migliaia di persone accorsero e per giorni la modesta tomba fu coperta di fiori e di corone; anche oggi c'è qualche fiore fresco posato da una mano amica». Un'espressione d'allora dice tutto: «È morto Babbo Natale».

Stefano Vicentini