Repossi, una vita intensa colorata di poesia

IL RICORDO. Un mese fa moriva nel giardino della sua casa di Chiari uno degli artisti bresciani che più ha lasciato un segno nel Novecento
Si specchiò nella sensibilità di Agostino Turla illustrando i volumi «Aria di paese» e «La statua di sale»
22/02/2012
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Giovanni Repossi

Un mese fa moriva, nel giardino della sua casa di Chiari, Giovanni Repossi, uno degli artisti bresciani che hanno lasciato un autentico segno. Un amico giornalista lo ricorda. Si specchiò nella sensibilità clarense di Agostino Turla: nei cieli vasti che si riflettono nelle acque dei ruscelli e dei canali. Un paesaggio di zolle grasse rivoltate al sole, di filari d'alberi dai mutevoli colori al variare delle stagioni, di orizzonti in cui la terra sembra congiungersi al cielo. Forse per questo Giovanni Repossi riuscì a interpretare, con rara finezza di sentimento, il romanzo «La statua di Sale» del quasi conterraneo. Anche se la Chiari dei suoi giorni non era ormai più quella di Turla. Fu Lento Goffi a varare il recupero di pagine meritevoli, coinvolgendo l'amico pittore per un omaggio alla loro città, Chiari, appunto. E fu quella una stagione di amicizie che non si sciolsero mai: Goffi, Repossi, Valzelli. Viene il magone nel ripensare ai fertili anni Ottanta, quando ci si trovava per commentare le pagine turliane e definire i testi da raccogliere per tramandarli a quanti amano il nostro mondo. Uscirono così due volumi - «Aria di paese» e «La statua di Sale» - messi in bella veste nel 1983 e raccolti in elegante cofanetto dal giovane Riccardo Conti (oggi senatore) che aveva creato le Edizioni del Moretto, altra breve stagione memorabile. Un'edizione oggi preziosa quanto mai, anche per le suggestive tavole dell'amico pittore, direttore all'Accademia di Brera. Giovanni (Franco per i familiari) confermò in quelle opere il proprio interesse per la scrittura come immagine e memoria (soprattutto nel versante della grafica) ed esaltò il rapporto che esiste fra scrittura e pittura nella comune matrice del sentimento. Quell'incontro con Turla non fu quindi casuale, come potrebbe apparire ad una lettura superficiale. Fu un momento del lievitante contesto d'indagini che Repossi approfondì sempre più, sfociato nella sua sigla interpretativa originale. Ed ecco la natura padana (presente in altre opere), il grande respiro della campagna in cui si sentì profondamente radicato. Gli infiniti viaggi in treno per il capoluogo lombardo furono sempre motivo di osservazione, occasione per interiorizzare un paesaggio molto amato. E furono anche opportunità d'incontri. Ad esempio quello importante con Maria Corti - una delle figure centrali del Novecento, critica, filologa, teorica della letteratura - che lo fece entrare nella compagnia di «Cantare nel buio», il suo romanzo giovanile nato fra i pendolari della linea ferroviaria Brescia-Milano. Giovanni Repossi testimoniò nell'intervista per il «Crivello» (Farfengo, 1983) il suo amore per il padre Pietro (suo primo maestro, scultore di opere monumentali, stimato anche da Margherita Sarfatti) e per Chiari, terra natale; le sue radici culturali (Pavese, Fenoglio, ma non solo); le tappe del suo fare pittura («ho interpretato la natura attraverso il filtro di una cultura»); l'impegno pubblico alla fondazione clarense «Morcelli-Repossi», rivendicando l'autonomia culturale. Tutta una vita, vissuta con intensità. E colorata di poesia.

Attilio Mazza