Walter Tobagi «una perdita della collettività»
IL LIBRO. Presentato al San Carlino «Come mi batte forte il cuore»La figlia Benedetta ospite ieri sera a Brescia: «La scrittura mi ha permesso di ritrovarlo»
Brescia. «È il tragico paradosso dei terroristi: uccidono per dimostrare che sono vivi». Così scriveva Walter Tobagi in uno dei suoi ultimi articoli sul Corriere, prima di essere freddato in un attentato una mattina piovosa di tarda primavera del 1980. La figlia Benedetta Tobagi - allora una bambina di tre anni, oggi una giornalista e una storica - ieri sera ha concluso la sua lunga giornata bresciana al San Barnaba, gremito come ai bei tempi, dove, su invito della Casa della Memoria e dell'Assessorato alla cultura del Comune, ha presentato il suo libro «Come mi batte forte il cuore» (Einaudi). Un titolo che cita l'ultimo verso di una lirica di Wislawa Szymborzka, poetessa polacca inisignita del Nobel, e che racconta l'elaborazione di un lutto, il sentimento di una perdita incolmabile sullo sfondo di anni bui e deliranti, quelli della P38, del partito armato, del terrorismo.
«MIO PADRE - ha detto - è stato tolto a tutti. E' una perdita non solo privata, anche collettiva, perché con la sua morte si sono disperse energie che avrebbero potuto essere utilizzate per il bene comune. La scrittura è stata un'ancora di salvezza, ha avuto una funzione catartica, mi ha permesso di ritrovare un padre che mi era stato portato via. E io l'ho recuperato in un mare di carta, tra i suoi libri, articoli e appunti. Ho voluto che la verità prevalesse sulla rabbia».
«Ho giocato con la scrittura - ha continuato Benedetta -. Dentro ci ho messo tanti libri che ho letto, tanti film che ho amato. Il mio mentore è stato Ettore, l'eroe troiano. Mi ha sempre affascinato quel gesto descritto da Omero, quando si toglie l'elmo per farsi riconoscere dal figlio Astianatte. Quello è il momento in cui lui ritorna se stesso, un uomo. Ecco, io ho voluto raccontare che uomo era fuori dal comune mio padre. Chi era da vivo e perché è vissuto finchè ha vissuto. Desideravo rivivere la sua solitudine, i suoi dubbi, le sue amarezze. Ho fatto questo per mio padre, per la mia famiglia e alla fine ho scoperto anche me stessa, la mia identità: ora so che mi piace la storia, entrare negli archivi...E' bello uscire da se stessi e fare qualcosa per gli altri».
Walter Tobagi, un nome onnipresente, un vuoto abissale, che ha ingenerato in Benedetta il bisogno di raccontare con lucidità ed amore, liberandosi anche dei catafalchi retorici della memoria rituale e delle strumentalizzazioni di parte, perché in quella fossa del male non vi cada più nessuno, perché «il dolore è una sostanza pericolosa, difficile da gestire, come un esplosivo instabile». Il suo è un libro commovente, tenero e terribile in cui, oltre alla dimensione intima e privata si mette a fuoco anche il periodo storico complesso come fu quello degli anni '70.
ALL'INCONTRO, coordinato da Annachiara Valle, hanno portato la loro testimonianza anche Mario Calabresi, altro figlio di una vittima illustre, oggi direttore de La Stampa, e Mino Martinazzoli. L'intervento molto emozionale di Calabresi ha ricordato «la fatica che si fa a crescere per diventare se stessi» sotto il carico della memoria dolorosa che ti riporta sempre indietro, a rimestare il passato. Da parte sua Martinazzoli ha messo in luce come il «popolare» Walter Tobagi, socialista senza tessera, appartenesse a quella generazione che, pur di umili origini, con lo studio è stata capace di realizzare il proprio riscatto sociale, difendendolo come un diritto. «Tobagi - ha detto - era uomo pacato, che non amava gli eccessi. Sapeva guardare ai sogni e all'utopia, ma tenendo i piedi a terra. È morto solo, come pure Calabresi e Ambrosoli. E l'idea della solitudine non ci acquieta, vedendo anche quello che accade oggi. Questo è un libro di grande moralistica civile e di alta letteratura».
Nino Dolfo
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