Così Brescia dice no
ai quartieri-ghetto

L'INCHIESTA. Dopo l'allarme per i fatti di via Padova a Milano un'analisi rivela una distribuzione in tutta la città dei residenti non italiani, con alcune punte. Picchi di stranieri al Carmine (35%) e Fiumicello (29). Don Bosco (25) è la sorpresa. Rolfi: «Situazione sotto controllo: ma ora siamo al limite».
18/02/2010
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Via Milano: la Loggia sta avviando un progetto di riqualificazione

Brescia. Dopo i recenti scontri tra immigrati in via Padova, a Milano, è tornata la paura dei ghetti. Da più parti, si è addirittura arrivati a chiedere di porre un tetto, il 30 per cento, ai residenti stranieri per evitare eccessive e pericolose concentrazioni etniche. E Brescia, come vive questo fenomeno?
I NUMERI.I dati dell'Ufficio statistica del Comune (vedi tabella a fianco) rivelano che è più a rischio il Centro storico Nord, il Carmine, che con il suo 34.84% di immigrati detiene in città il record assoluto. Un'inchiesta del Corriere della Sera ha tra l'altro inserito questo tra i quartieri «caldi» anche per le dinamiche immobiliari. La tendenza ad affittare a stranieri immobili degradati a prezzi da loft, si legge, ha abbassato il valore delle abitazioni e non di poco: con il massimo di 1.700 e il minimo di 1.100 euro al metro quadro si attestano il 37% sotto la media cittadina.
Tra le circoscrizioni più popolate da immigrati, anche la Sud e la Ovest. In quest'ultima spicca soprattutto Fiumicello con il suo 29,20%, mentre nella prima la sorpresa è il quartiere Don Bosco con il 24,69. Picchi a parte, nei numeri si legge una sostanziale distribuzione degli immigrati tra le diverse zone della città. E solo in 7 quartieri su 30 arrivano a superare il 20 per cento. A Brescia è scongiurato, dunque, il pericolo di tensioni sociali?
«È VERO - ammette l'assessore alla Sicurezza Fabio Rolfi - qui è tutto sotto controllo anche se non dimentichiamo che in alcune vie o singoli condomini gli stranieri superano di gran lunga il 50%. Le forze dell'ordine però conoscono le situazioni a rischio. In vista della riqualificazione di via Milano, per esempio, abbiamo effettuato una mappatura immobile per immobile. Cosa che nelle metropoli è pressoché impossibile».
Per Rolfi però la situazione ora è arrivata al limite ed è bene intervenire su due binari prima che davvero accada il peggio: «Innanzitutto è indispensabile la riqualificazione urbanistica. Nel caso di via Milano i proprietari avranno un anno di tempo per intevenire dopodiché scatterà l'esproprio. Secondo poi, la città non si può far carico di tutto: si trovino nuove politiche residenziali adatte a chi lavora in provincia».
Franco Valenti, esperto in immigrazione e presidente della Fondazione Piccini, smentisce che a Brescia ci sia il problema dei quartieri - ghetto. «Qui l'immigrazione è arrivata ed ha trovato opportunità lavorative favorevoli all'inserimento - spiega -. Un buon accompagnamento ha impedito la polarizzazione negli ultimi vent'anni». Senza contare che questa non è un'area metropolitana. Si contano sulle dita di una mano, prosegue, quelle aree urbanisticamente degradate che sono terreno fertile per la marginalità sociale. Certo, non mancano «le zone difficili, soprattutto per l'assenza di spazi di socializzazione». Valenti pensa a «luoghi di passaggio come via Milano» oppure a quartieri come San Polo e Sanpolino.
«I bresciani pensano che ci siano i ghetti, in realtà sono loro a crearli - commenta arrabbiato Moustapha Fall, operatore Cisl -. Non vogliono abitare vicino agli stranieri. Così quando un italiano lascia un appartamento, magari per andare a vivere in una villetta a schiera, nessun altro italiano ci entra e la casa viene occupata da altri stranieri». Insomma, è un gatto che si morde la coda.

Natalia Danesi




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