Una scuola su due in difficoltà
per il tetto del 30% di stranieri
INSERIMENTO. Oltre la metà degli istituti ha chiesto la deroga. Il tasso fissato dal ministro è ampiamente superato In molti casi gli alunni non italiani superano la metà e a Lavenone in una classe si arriva al 100% Il fenomeno si attutisce alle medie
Brescia. La metà delle scuole bresciane ha chiesto la deroga al tetto del 30 per cento di stranieri nelle classi. I figli di immigrati crescono ancora nelle scuole bresciane. E sarà difficile rispettare il limite imposto dalla circolare del ministro Gelmini. Delle 160 scuole di Brescia e provincia ben 80 hanno già segnalato all'ufficio scolastico provinciale (Usp) l'impossibilità di rispettare il tetto e hanno chiesto una deroga. E i numeri delle iscrizioni non sono ancora definitivi.
Tra l'altro, in molti casi il tetto non si sfora di poco. Non siamo al 31 per cento, ma molto più su. La direttrice Usp Maria Rosa Raimondi parla di scuole che si ritrovano con la metà di alunni stranieri e anche di più. «Ci sono classi in cui le presenze superano il 70 per cento - dice - e in una di Lavenone si arriva al 100 per cento». Ma quella è una classe di montagna con due soli alunni - precisa -, e entrambi sono stranieri.
Le iscrizioni sono scadute il 28 febbraio, ma gli uffici di via Sant'Antonio stanno ancora ricevendo i dati dalle singole scuole. L'operazione sarà conclusa in settimana - prevede la direttrice Usp Maria Rosa Raimondi - e allora si saprà anche di quanto cresceranno bambini e ragazzi non italiani nelle scuole dell'obbligo. Ma certo è che «aumentano sia in cifre assolute che in percentuale», sottolinea Raimondi.
Su dati che non sono ancora definitivi, dunque, «almeno 20 scuole dell'infanzia hanno già chiesto la deroga», sottolinea la direttrice Usp. E in città c'è sicuramente il nono circolo, oltre al Secondo istituto comprensivo di via dei Mille. Il grosso delle presenze, tuttavia, è nella scuola Primaria (ex elementare), con «50 scuole che non riescono a rispettare il tetto». Il fenomeno si attutisce un po' alle medie (secondarie di primo grado), dove le situazioni critiche al momento sono una decina.
A fare due conti, su 160 scuole bresciane (superiori comprese), la metà si trova a fare i conti con il tetto del 30 per cento voluto da Gelmini. E a tener presente che le iscrizioni alle superiori chiuderanno a fine marzo, la percentuale di materne, elementari e medie in difficoltà sale a quote ben più alte della metà.
Raimondi precisa che le scuole hanno quantificato la presenza di stranieri in base ai criteri fissati dalla circolare ministeriale, che considera tali «coloro che non hanno cittadinanza italiana». Ma, ai fini dell'inserimento nelle classi, sarà importante capire quanti di essi sono nati in Italia e magari sono già stati in una scuola dell'infanzia.
Perciò già ieri Raimondi ha fatto partire all'indirizzo delle 80 scuole che hanno segnalato i superi una richiesta di ulteriori precisazioni. «Provvederò alla raccolta di informazioni analitiche - spiega - per capire quanti siano i bambini e i ragazzi stranieri che non hanno conoscenza della lingua italiana». Per ora può dire che «tra l'80 e il 90 per cento di essi ha frequentato una scuola dell'infanzia, e le singole scuole saranno chiamate a valutarne la competenza linguistica, che sarà discriminante per la concessione della deroga». A completamento dell'operazione invierà un prospetto riassuntivo al direttore dell'Ufficio scolastico regionale (Usr) Giuseppe Colosio, a cui spetta la decisione finale.
Ieri Colosio è stato irraggiungibile al telefono. Tuttavia in una recente intervista rilasciata al Corriere della Sera conferma che «l'accertamento della scolarità sarà uno degli elementi fondamentali per gestire la situazione deroghe, ed è stato condiviso a tutti i livelli». Con una precisazione che non farà molto piacere ai presidi: «Chi avrà la deroga, se lo ricordi, non potrà chiedere i fondi dedicati alle scuole a forte tasso di immigrati». Come dire che se le scuole considereranno i loro alunni perfettamente scolarizzati perchè sono stati iscritti per due anni a una scuola dell'infanzia, non avranno bisogno di laboratori d'italiano, facilitatori linguistici e quant'altro.
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