Mamma Garatti in lacrime:
«L'ho sentito, che gioia»

LA FAMIGLIA. Arriva la telefonata di Marco, e la felicità è incontenibile. La signora Ariede non ha mai dubitato: «Mi sarei tagliata le mani in nome della sua innocenza».
19/04/2010
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Francesco Garatti, fratello di Marco, si stringe a mamma Ariede sul terrazzo di casa, dopo l’attesa notizia della liberazione FOTOLIVE / VENEZIA

Brescia. A volte non la si può descrivere, una gioia grande. A fatica si racimolano parole in grado di esprimerla senza sgualcirla. Ma basta osservare per respirarla: un cancellino spalancato sull'ingresso di casa, una tavola imbandita a festa e le risate che, finalmente, si lasciano andare a briglia sciolta fino a raggiungere la strada. Perchè casa Garatti non è più la stessa di qualche ora prima. «Stiamo festeggiando», commenta raggiante la signora Mariangela, cognata di Marco Garatti, sulla soglia dell'abitazione in cui vivono gli anziani genitori del chirurgo bresciano arrestato nei giorni scorsi con l'accusa di terrorismo: meno di un'ora prima hanno saputo che la liberazione era ufficiale.
E nella sala da pranzo è una gioia mai vista, con amici e parenti che brindano ancora increduli, mentre il telefono squilla in continuazione. Ma la chiamata più importante era già arrivata, più o meno intorno alle cinque e mezza del pomeriggio: dall'altra parte della cornetta c'era Marco Garatti. «Aveva un groppo alla gola. Mi ha detto "Mamma ti voglio bene" e poi ha voluto parlare con il padre, nessun accenno ai fatti, non ce n'era bisogno - racconta emozionata la mamma Ariede, lucidissima nei suoi quasi 89 anni -. Martedì è il mio compleanno, non avrei potuto pensare a un regalo più bello: la liberazione di mio figlio, e, finalmente, almeno sentire la sua voce». Più precarie le condizioni di papà Alberto, che di anni ne compirà 91 a maggio e che, in questi giorni, non ha mai saputo che il figlio fosse stato arrestato, informato solo in parte sugli eventi: «Ha chiesto subito a Marco come stesse la sua compagna, infermiera del 118 in missione con lui - riferisce la signora Ariede -. Sa che abbiamo motivo di essere felici, nonostante abbia percepito la vicenda in maniera parziale, sia nella gioia, sia nell'angoscia: non volevamo farlo agitare».
DA ORE LE NOTIZIE sul possibile rilascio di Marco Garatti e degli altri due operatori di Emergency si rincorrevano. «Stamattina abbiamo ricevuto la telefonata del ministro Frattini - spiega la cognata, Mariangela -: diceva c'erano buone possibilità per la liberazione, ma fino alla conferma ufficiale siamo stati tutti con il fiato sospeso. Adesso sì che possiamo gridare». Parlare senza interruzioni, però, è difficilissimo. Il campanello trilla, il telefono continua a squillare: stampa, referenti di Emergency, amici che chiedono se sia tutto vero, altri che gioiscono con la famiglia. Il fratello maggiore di Marco, Francesco Garatti, ingegnere di 64 anni, non molla un attimo il cellulare: «Siamo felici. Tanto. Non abbiamo mai dubitato di lui, questo è chiaro, ma, in linea con quanto sostenuto da Emergency, non potevamo escludere che altre persone potessero essere coinvolte. È stato tremendo non sapere, vivere nell'angoscia: abbiamo temuto per le garanzie dei diritti di Marco e dei colleghi. Eravamo molto preoccupati, nella consapevolezza della sua totale innocenza quanto del fatto che in ballo ci fosse un gioco politico mondiale, in un Paese in cui le condizioni di sicurezza non sono come da noi. Ma mai abbiamo dubitato per un attimo in merito alle accuse rivolte a mio fratello. Adesso posso davvero ringraziare tutti coloro che ci sono stati vicini, a partire da Cecilia Strada che non ci ha mai lasciati soli. E un ringraziamento va anche a Paolo Corsini: è stato l'unico politico bresciano che si è messo in contatto con noi, e ha fatto in modo di farci parlare con il ministro Frattini».
L'angoscia piano piano si dissolve per liberare l'emozione, trattenuta per tutti questi giorni in cui la famiglia Garatti ha preferito non rilasciare dichiarazioni, in cambio della discrezione, fino all'ufficialità dei fatti. «Paura? Ne ho avuta tanta, il sostegno della famiglia è stato indispensabile. Le missioni sono sempre state frutto della volontà di mio figlio, e su questo non si discute - continua mamma Ariede -. Anche prima di partire per l'Afghanistan, il 9 marzo, Marco mi ha chiesto che cosa avrebbe dovuto fare, era titubante a causa delle condizioni di salute di mio marito: fai semplicemente il tuo dovere, gli ho risposto. In questi giorni ho cercato di avere fiducia nelle istituzioni e, ovviamente, in mio figlio: mi sarei tagliata entrambe le mani in nome della sua innocenza».
A giorni è previsto il rientro in Italia dei tre operatori italiani di Emergency: «Stando a quanto abbiamo appreso l'inchiesta andrà avanti, qui come a Kabul».

Mara Rodella