Nascite e crisi:
Milano cala, Brescia vola
LA SORPRESA. Secondo l'Ufficio Statistica del Comune nel primo trimestre del 2010 le culle sono aumentate. Hanno contribuito gli stranieri, ma anche gli italiani. La sociologa: «Chi ha il posto fisso ne approfitta in vista di un futuro incerto; chi non ce l'ha cerca nella maternità la realizzazione».
Brescia. I dati che arrivano dal capoluogo lombardo sono poco confortanti. Ma Brescia è in controtendenza. Mentre i fiocchi rosa e azzurri nelle case degli italiani e dei milanesi spuntano sempre più raramente, la nostra città sta vivendo una fase particolarmente positiva dal punto di vista demografico. La crisi morde insomma, ma i bresciani non rinunciano all'iniezione di ottimismo che solo un bimbo può regalare.
LE NASCITE. Secondo l'Ufficio Statistica del Comune nei primi tre mesi del 2010 si sono registrate 481 nascite contro le 439 dello stesso periodo 2009 con un incremento ben del 9,6 per cento. Decisamente in controtendenza, per esempio, rispetto a Milano: sono 2.377 i bimbi residenti venuti alla luce nel primo trimestre 2009 nella città della Madonnina contro i 2.005 di quest'anno. Trecentosettantadue culle in meno, quindi, pari a un calo percentuale considerevole: meno 15,6%. Per un bilancio definitivo bisognerà aspettare qualche mese, ma è evidente che un certo peso la crisi ce l'ha. I bimbi nati tra gennaio e marzo sono stati concepiti l'anno scorso: quando ormai, cioè, era chiaro a tutti quanto pesanti sarebbero state le ricadute della recessione. Secondo il rapporto Censis 2009, del resto, sono proprio i problemi economici a scoraggiare la maggior parte delle italiane a fare figli. Una volta avuto il primo bebè, in età relativamente avanzata, molte madri non ne fanno altri pur desiderandoli: circa un terzo di esse cita a questo proposito motivi economici (20,6%) e di lavoro (9,5%). Il tasso di fecondità, nonostante la timida crescita degli ultimi anni, trainata peraltro in gran parte dagli immigrati, rimane tra i più bassi d'Europa: il numero di nuovi nati per 1.000 donne in età fertile è infatti pari a 40,3% contro i 41,9% della Grecia, i 43,1% della Spagna e i 54,8% della Francia".
ITALIANI E STRANIERI. A Brescia comunque va diversamente. Qui, dove gli immigrati hanno sempre sostenuto in modo importante la natalità, le culle sono cresciute tra l'altro in modo più o meno indifferenziato. Gli stranieri sono aumentati da 165 a 180, gli italiani da 274 a 301. Le ragioni per pensare ad una ripresa ci sono tutte. In questo la nostra città si conferma più «europea» di altre. Una recente ricerca di Euractiv mette in luce infatti che in diversi Paesi dell'Ue, dalla Francia al Belgio e non solo, i fiocchi rosa e azzurri sono sorprendentemente cresciuti negli ultimi mesi tanto che i piccoli vengono già chiamati «figli della crisi».
L'ANALISI. Le ragioni di una controtendenza tutta bresciana sono complicate da individuare. «Più che di ripresa, di fronte ad una crescita del 10% parlerei di tenuta delle nascite - precisa Maddalena Colombo, professore associato di Sociologia della famiglia alla Cattolica -. Difficile capire cosa muova le donne. Personalmente, ritengo non che siano aumentate le motivazioni, ma piuttosto siano venuti a cadere alcuni ostacoli alla scelta della maternità legati a ragioni di tipo economico». In sostanza, per Colombo, le mamme ragionano più o meno così: «Chi ha il posto fisso in questo momento di crisi lo sfrutta per avere almeno quei diritti garantiti, in vista di un futuro incerto. Chi invece non ce l'ha approfitta della maternità per realizzare il suo progetto personale». Forse, ma siamo nel campo delle ipotesi, la crisi ha spedito in pensione anticipatamente anche parecchi nonni, che si sono messi a disposizione della famiglia. O forsepure gli uomini che solitamente pongono più veti alla scelta di maternità «con la congiuntura sfavorevole scelgono di puntare di più sull'ambito familiare rispetto a quello lavorativo, che ritengono frustrante».
Questo trimestre di ripresa a Brescia arriva dopo anni altalenanti. Sono lontanissimi i numeri dei primi '70, quando i neonati in città superavano le tremila unità all'anno. Nell'ultimo decennio ci si è attestati ormai di poco sopra le 1.500 e solo nel 2004 ci si è avvicinati alle duemila culle (1.955, per la precisione). Da lì, nel 2005, il crollo è stato verticale (1.755) per poi registrare una ripresa nel 2006 (1.832), 2007 (1.848) e 2008 (1.872). L'ulteriore diminuzione delle culle nel 2009 (1.769) potevainizialmente far pensare ad una reazione «difensiva» davanti alle prime manifestazioni della crisi. Ma ora sembra che le mamme e i papà bresciani stiano dimostrando la voglia di reagire.
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