Nicola Piovani, una musica che fa sognare il cinema

REZZATO. Pubblico delle grandi occasioni per il compositore romano con il suo «pianino delle meraviglie»

Apre la serata con l'incipit poderoso di «Poeta delle ceneri» dedicata a Pasolini per passare alle frequenze «genovesi» e a «La vita è bella»
02/07/2010
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Nicola Piovani ha entusiasmato il pubblico di Villa Fenaroli

Rezzato. Mercoledì, la musica sinfonica versione «caramel-pop» di Allevi. Ieri sera invece è toccato a Nicola Piovani presentare all'esiguo pubblico in tenuta da galà di Villa Fenaroli, a Rezzato, la sua visione della composizione strumentale non costretta nel clichè «"basso - chitarra - batteria».
E l'artista romano classe 1946, in comune con Allevi, ha proprio quella singolare abilità di rendere commestibile una proposta che sulla carta non è affatto di largo consumo, ricorrendo agli schematismi della musica leggera per trasmettere il linguaggio dei conservatori, delle orchestre e degli universi compositivi più austeri.
Per il resto l'ora e mezza del «Concerto in quintetto» ha rivelato un personaggio, Nicola Piovani, opposto al fare fiabesco e consapevolmente stralunato di Allevi: preciso, rigoroso, qualcosa di più simile a quello che ci si può aspettare dai canoni ritualizzanti della classica.
Entra solo, in abito bicromatico bianco e nero, accennando un sorriso e un mezzo inchino di forma. Poi è subito armonia con lo strumento a coda nell'incipit poderoso di «Poeta delle ceneri», che scomoda pasoliniane memorie (la suite aveva musicato proprio una lirica del grande regista), struggendo tra toni «burberi» e fughe leggerissime.
«Molte di queste musiche le ho scritte perché vivessero nascoste dentro a una pellicola», sussurra prima di detonare la lezione cinematografica, con l'ingresso dei musicisti (percussioni, fiati, violoncello e contrabbasso). E il «Pianino delle meraviglie» rieccheggia subitaneo antichi jingle che sanno di tv anni '70, mentre la doppia «Suite Moretti» è velata di ironia con frequenti cambi di registro e accessi virtuosi.
E' un Piovani garbato e nient'affatto prima donna, quello che calca il palco di Rezzato: un palco equilibrato e più saturo di talento di un fumoso localetto jazz di Broadway.
La vena è ispirata, di quelle che trascinano. Così, si viaggia a ritroso presi per mano dalle poetiche frequenze genovesi che furono di De Andrè - «Un poeta unico, che appartiene alla stirpe dei grandi» - cui il Maestro aveva tra l'altro prodotto il capolavoro «Non al denaro, non all'amore né al cielo».
Singolare pensare a un cantautorato musicato senza le parole di chi lo ha reso straordinario patrimonio popolare, eppure Piovani riesce nell'impresa di evocarne le sfumature, rispettandole.
Inevitabile poi l'escursione leggiadra con toni agrodolci di «La vita è bella», una delle composizioni più note di Piovani (premio Oscar come miglior colonna sonora) che materializza un Benigni in stato di grazia, strappando applausi a go-go.
L'ecletticità è la chiave di lettura dell'esibizione, variegata e mai seduta su se stessa, che non lesina citazioni classiche tra filosofia, mito e frenesie swing («Icaro», «La vendetta degli Dei»).
E l'epilogo di «La voce della luna» è un ritorno all'ordine felliniano capace di incantare tanto quanto di evocare luoghi che non ci sono più, ma che basta alzare gli occhi per riscoprire. Un po' come la musica di Piovani.

Elia Zupelli


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