Moschee, altre richieste. Rolfi: «No, basta»

IL CASO. Due «centri culturali» islamici sono intenzionati ad aprire nuove sedi in viale Piave e in via Tarello (traversa di via Cremona). E Palazzo Loggia apre il dibattito. Il vicesindaco: «Problema sociale, interroghiamoci subito perchè fra 4 o 5 anni potrebbe essere tardi  Serve una legge, i Comuni non vanno lasciati soli»
01/02/2011
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I locali situati al civico 201 di viale Piave, già sede di una moschea

Brescia. In città potrebbero presto aprire due nuovi centri culturali islamici: uno in viale Piave, l'altro in via Tarello, traversa di via Cremona. Il condizionale (potrebbero) è d'obbligo, perchè l'Amministrazione comunale cercherà in ogni modo di impedire la realizzazione di entrambi i progetti, ma sa benissimo di avere poteri limitati in materia: se i promotori delle due iniziative avranno tutti i requisti amministrativi, tecnici e urbanistici richiesti (destinazione d'uso, impianti a norma, parcheggi, ecc.) Palazzo Loggia nulla potrà eccepire contro progetti che pure non condivide sul piano politico e sociale. Per questo, il vicesindaco Fabio Rolfi - baluardo leghista della Giunta Paroli - auspica un intervento urgente del Governo e l'approvazione di una legge-quadro nazionale che metta nuovi e maggiori paletti alla proliferazione di moschee e centri di culto musulmani, fenomeno che definisce senza mezzi termini «pericoloso espansionismo islamico». Anzi, «una silenziosa conquista del territorio, di fronte alla quale non si può far finta di niente o restare inerti, per doversene magari pentire fra 4-5 anni, quando sarà ormai troppo tardi».
A PREOCCUPARE il vicesindaco leghista di Brescia sono da un lato l'acquisto di un seminterrato al civico 201 di viale Piave (già sede della moschea che si è poi trasferita alla Volta) da parte del centro culturale islamico Minhaj Ul Quaran che fa capo a un pakistano residente in via Lamarmora e vuole creare un «luogo di educazione dei giovani»; dall'altro lato, la richiesta formale di cambio di destinazione d'uso di un capannone di via Camillo Tarello 4 da parte dell'Inamiyyah Welfare Organizzation, «associazione di stampo sciita con inquietanti video visibili su Youtube digitando la parola "imamia"». «Ma Brescia ha già due centri islamici - ricorda Rolfi citando le moschee di via Volta e via Corsica - e una città di 190 mila abitanti non può permettersene quattro!». Soprattutto, secondo il vicesindaco Brescia «non può non porsi il problema di cosa avviene nei centri islamici e nelle moschee e non può non chiedersi quali finalità abbiano gli Imam che arrivano dall'estero in occasione delle festività». Per questo Rolfi invoca «più coraggio e determinazione» dal Parlamento per l'approvazione dei disegni di legge «dimenticati» che prevedono la creazione di un Albo nazionale degli Imam e l'obbligo di usare la lingua italiana nelle prediche ai fedeli. «Sono due piccole tutele, non certo la soluzione al problema, ma almeno una cornice di regole va creata per garantire il rispetto dei valori fondamentali», dice Rolfi, preoccupato dalla «mancanza di norme specifiche, soprattutto nella zona grigia rappresentata dalle associazioni culturali di stampo religioso, che sono ben altra cosa rispetto a un circolo di dama o di scacchi» e, ancor più, «di fronte alle sempre più frequenti strumentalizzazioni della religione a fini politici, al di là del Mediterraneo».
APPELLANDOSI a quello che definisce un «principio di precauzione» Rolfi chiede al Governo di «non lasciare i Comuni da soli» ad affrontare una partita tanto delicata, ma si chiede anche «cosa pensano i cittadini», al punto da ipotizzare il ricorso al referendum per dare risposta alle richieste di apertura di nuovi centri o moschee, «perchè le implicazioni sociali, politiche e storiche di queste scelte sono fondamentali per tutti, e non soltanto per i residenti delle vie o dei quartieri coinvolti».

Marco Bencivenga




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