«Senza prigioni, senza processi»
Celestini dialoga con Mazzini
PALABRESCIA. Dalla Repubblica romana ai moti carbonari fino ai giorni nostri: la storia di un Paese sempre spaccato. Quell'avanzato esperimento è il parametro del fallimento delle idee risorgimentali e delle pulsioni liberali
Brescia. «Pro patria, senza prigioni, senza processi». La frase attribuita a Giuseppe Mazzini - nello spiegare come era stata governata la Repubblica Romana del 1849 - è il titolo del nuovo spettacolo di Ascanio Celestini in programma stasera alle ore 21 al Palabrescia. Proseguendo in un suo personalissimo percorso artistico e culturale, l'attore romano affronta alcuni episodi salienti del 1849, anno in cui in Italia prende corpo il risorgimento repubblicano, cercando di ricucire i fili della storia e di fare emergere quella scintilla intellettuale e politica che è nascosta in ogni persona. Un modo per celebrare il 150° anniversario dell'Unità d'Italia, naturalmente a modo suo: ironia e acido sarcasmo fanno da sponda alla sua vena di poetica fiabesca, per arrivare a scoprire che di Risorgimento non ce ne è uno solo, ma addirittura tre. Il primo è quello noto dell'Unità, il secondo è la Resistenza del secondo dopoguerra, il terzo è quello nostro, adesso, in guerra senza neanche saperlo. In quella guerra Celestini rintraccia una linea, quella del terrorismo e del carcere che lo riduce, suggerendo come un rimando fra gli eroi cui si dedicano strade e i terroristi più recenti, a domandarsi fra tanti anni se non avranno la stessa sorte. Chi non vuole titoli è invece Mazzini, costretto a vedere il fantasma distorto della propria idea di patria, attraversando quelli che oggi ci propinano come 150 anni di storia, mentre sono ora 162 (dalla Repubblica Romana), ora 190 o 180 dai moti carbonari, e chissà quante date. Sul palco Celestini rievoca quell'avanzato esperimento rivoluzionario politico e sociale, per usarlo come parametro del fallimento degli ideali risorgimentali e della realtà delle prigioni e la giustizia dei nostri giorni, in cui, dice, per esasperazione inizia forse un terzo Risorgimento, dopo quello storico e la Resistenza. Se l'interlocutore principale resta Mazzini («anche se l'altro non risponde, sempre un dialogo è»), vengono riportati in vita anche personaggi poco noti come Andreas Agujar, nero sudamericano che seguì Garibaldi a Roma, o Righetto, il ragazzino di Trastevere che morì cercando di strappare la miccia a una bomba francese, assieme a Dandolo, Morosini, Manara, Mameli, Pisacane e tanti altri, tutti attorno ai vent' anni, «perché è quella l'età in cui si fa la rivoluzione e si muore o si finisce in galera o, col tempo... alcuni al governo», come Nicotera o Crispi. Se da una parte è significativa la scelta di quella Repubblica Romana soffocata nel sangue, alla quale partecipò il fior fiore della gioventù liberale e rivoluzionaria italiana - allora i liberali erano rivoluzionari –, è il modo per parlare del passato più recente e poi perfino dell'attualità. «Quando è, Mazzini, che vi siete accorti che avevate perso?» è la domanda ricorrente che ci porta a ingiustizie e fallimenti odierni, a una denuncia sociale senza remissioni e incertezze, come a chiedersi che senso possano avere avuto in tale contesto le celebrazioni dell' Unità d'Italia. Il biglietto d'ingresso costa 24 euro in gran poltrona), 18 euro in prima poltrona e galleria, 14 euro in seconda poltrona.
Alessandro Faliva
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