«Con il Brescia c'è grande
feeling: l'ambiente è maturo»
ALBERTO CAVASIN
Brescia. A Storo Alberto Cavasin ha appena concluso il primo ritiro alla guida del Brescia. Finora era sempre subentrato per periodi limitati (come nel 2005, in serie A, al posto di Gianni De Biasi) e limitatissimi (come lo scorso 20 maggio per Nedo Sonetti). Stavolta la responsabilità è totalmente sua. Dall'inizio. Ma Brescia ha fiducia dell'allenatore veneto, e non si parla solo di tifoseria. I giocatori, ad esempio, non perdono occasione per elogiarlo pubblicamente.
Ma adesso, dopo la retrocessione di quattro anni fa e la cocente sconfitta nella finale play-off del 20 giugno contro il Livorno, per Cavasin è il momento della prova del nove. In attesa di iniziare la prima stagione intera in biancazzurro, l'allenatore trevigiano si racconta come mai era capitato prima.
C'è un giocatore del Brescia che somiglia in qualche modo ad Alberto Cavasin?
Se penso a quando mossi i primi passi nel mondo del calcio, a 17 anni, e guardo alla mia squadra dico Rispoli. Ecco, ero il Rispoli della situazione. Ero un giocatore così, poi nel tempo sono cresciuto e alla fine, visto che ero un difensore, mi potrei paragonare ai nostri difensori più maturi come Bega o Zoboli.
E tra tra gli allenatori c'è un personaggio punto di riferimento, al quale Cavasin guarda con simpatia e spirito di emulazione?
Ho apprezzato tutti gli allenatori che ho avuto nella mia carriera. Per me erano tutti bravi. Per Cavasin giocatore, l'allenatore era sacro e lo rispettavo anche quando magari non ne condividevo le scelte. Io ho sempre difeso tutti i miei allenatori. Forse inconsciamente lo facevo perchè poi anch'io sarei diventato allenatore. Poi se debbo fare qualche nome ricordo con affetto Bruno Bolchi, che per tanti anni mi ha portato con sé. E come dimenticare Osvaldo Bagnoli. L'ho avuto solo un anno ma era una grande persona e un grande tecnico. E Bigon, Buffoni o Pace? Ma ciò che un allenatore ti può lasciare, dipende anche dal momento che stai vivendo. E te ne accorgi solo con il tempo. Io ho anche vissuto il passaggio dal gioco all'italiana al gioco alla Sacchi. E qui non tutti ricordano che prima di Arrigo c'erano stati tecnici come Catuzzi o Galeone, che in qualche modo lo avevano anticipato. Sacchi portò un certo tipo di metodologia e oggi tutti, più o meno, ci ispiriamo a quel calcio mettendoci un pò del nostro. Io ho passato molto tempo a studiarli tutti i mostri sacri del nostro calcio. Osservavo, prendevo appunti, cercavo di capire i loro metodi. Ed è una cosa che faccio ancora, quando ne ho la possibilità. Vado a vedere quelli famosi, ma anche quelli che operano nelle categorie minori.
Esiste nel calcio il modulo perfetto?
No. Però credo possa esistere il gruppo quasi perfetto, quello che riesce ad avere un periodo magico durante il quale ogni piccola cosa funziona alla perfezione. E spesso ci sono componenti in questo discorso che nessuno può prevedere ma che nascono dalle difficoltà, dallo spirito di rivalsa e dallo spirito di servizio. Per fare un paragone forse un po' irriverente, si può dire che il gruppo è il risultato finale di una gestazione e di un parto. Un po' come un figlio. Non puoi sapere come sarà prima che nasca, ma sai che prenderà un po' di te, un po' di sua madre e un po' dai suoi antenati. E speri che cresca migliorandosi.
La conferma di Cavasin è arrivata anche sulla spinta della pubblica opinione e dei giocatori. Un peso in più?
No, un orgoglio in più. C'è un feeling particolare che mi lega a Brescia e alla sua gente. Basti pensare che qui sono sempre venuto volentieri. Quando mi presentavo ai cancelli del Rigamonti nessuno mi ha mai chiesto l'accredito o un documento! E anche il fatto che i giocatori si siano espressi in certi termini nei miei confronti non può che lusingarmi e spingermi a fare sempre meglio.
Gino Corioni primo tifoso, ma anche suo datore di lavoro. Negli ultimi anni il presidente ha cambiato molti allenatori. È diventato più esigente rispetto ad un tempo?
Credo che gli allenatori siano stati cambiati perchè c'era un disagio generale e forse si sono trovati a lavorare in situazioni precarie. Da questo punto di vista, rispetto alla mia precedente esperienza bresciana, le cose sono cambiate in meglio. Allora c'era una situazione generale difficile. Quando sono tornato ho trovato un ambiente cresciuto e maturato in questo senso. Gino Corioni è una persona stupenda. Lui ti apre le porte della sua casa, ti accoglie con grande affetto e ti fa entrare nella sua famiglia. Poi è naturale che ci sia il rapporto di lavoro e qui il presidente esprime con passionalità le sue idee. Corioni è un presidente propositivo, segue quotidianamente la sua squadra.
Ma dopo il calcio e oltre il calcio?
Ancora il calcio. Non sono malato, ma la mia risposta serve a far capire come questo lavoro ti prenda per tante ore e ti coinvolga a 360 gradi. Mi piace molto viaggiare e scoprire le cose che ci sono nel mondo ma soprattutto in Italia. Ormai l'ho girata quasi tutta e ciò che si trova nel nostro Paese è una sorta di condensato di ciò che si trova nel mondo. Poi è ovvio che in ogni zona del mondo ci sono usi e costumi diversi dai nostri. Ecco, mi piace scoprire queste diversità. E poi ho capito che solo quando vado all'estero riesco a staccare quasi del tutto dal mio lavoro.
Ma se Alberto Cavasin non avesse intrapreso la carriera di giocatore prima e di allenatore poi che cosa avrebbe fatto nella vita?
Forse il prete. Io vengo da una terra come il Veneto, dove la fede e la religione fino a qualche decennio fa erano parti integrali della società. La mia era una famiglia numerosa. Io sono l'ultimo di quattro fratelli e avevamo diversi parenti che avevano deciso di farsi prete. Mia madre me lo ricordava spesso e tutti in famiglia pensavano che anch'io avrei potuto indossare l'abito talare. In quegli anni poi l'oratorio era il fulcro attorno al quale girava il nostro mondo. Poi invece della sottana, ho messo i calzoncini corti e la tuta.
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