C'era una volta la Questione d'Oriente. Riguardava la crisi dell'Impero Ottomano, contribuì a f
C'era una volta la Questione d'Oriente. Riguardava la crisi dell'Impero Ottomano, contribuì a far scoppiare la Prima Guerra Mondiale. Dopo la Seconda, si cominciò a parlare di due Medio Oriente, che riguardava un'area più ridotta, incentrata sulla Palestina e i suoi vicini immediati. Da una decina d'anni è sorto anche il concetto di Grande Medio Oriente, al quale si è aggiunta una denominazione più gradevole all'orecchio: Primavera Araba, nata in Tunisia sotto il segno gentile del gelsomino, cresciuta e intorbidita in una immensa piazza del Cairo, sfociata in Libia nel sangue di una guerra civile e, alla fine, in quello di un dittatore in fuga, bombardato dall'aria e linciato nel deserto. E siamo già ben dentro un nuovo capitolo, quello della Siria, che potrebbe essere a una svolta proprio in queste ore. Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu discute l'ennesima proposta che dovrebbe portare alla defenestrazione di Bashir Assad. Una mozione che chiede al dittatore di Damasco di ritirare l'esercito dalle città, liberare i prigionieri politici, dimettersi e trasferire i poteri al suo vice, che a sua volta dovrebbe formare un governo di unità nazionale e indire libere elezioni. Il progetto gode dell'appoggio dei Paesi occidentali, in particolare degli Stati Uniti ma incontra la tenace resistenza di tre Paesi, estranei all'area ma importanti: Russia, Cina e India. Queste ultime esprimono cautamente i propri malumori, ma Mosca parla chiaro e agita l'arma del veto. Nega che l'Onu possa interferire nella politica interna di un Paese e imporre un cambio di regime. Occidentali e arabi cercano di convincere il Cremlino. Ricordano, sotto voce, le forniture di armi russe a Damasco, la presenza di navi russe nel porto siriano di Tartus, che serve a Mosca per sottolineare un suo ruolo in quella parte del mondo. La Russia risponde, riproponendo ogni volta il precedente libico. Gli autori del testo lo hanno «addolcito» in modo da renderlo più accettabile: per esempio l'invito a desistere dalla violenza non è rivolto solo ad Assad ma anche alla controparte nella guerra civile che sta scoppiando. Ma pare esservi un limite alle «concessioni», soprattutto per un motivo che viene anch'esso menzionato sotto voce: l'Iran. Il regime fondamentalista di Teheran è considerato un «buon amico» della dittatura laica di Damasco, che ha aiutato in vari modi, inclusi i contributi finanziari, in cambio di una tacita collaborazione siriana al transito di armi verso gli Hezbollah nel Libano. La caduta di Hassad bloccherebbe questa «strada» e indebolirebbe il ruolo iraniano nel Grande Medio Oriente nel momento in cui la tensione fra Teheran e l'Occidente cresce, tra le accuse all'Iran di preparare un'arma nucleare, le operazioni clandestine di sabotaggio in territorio iraniano (fra cui l'«eliminazione» di diversi scienziati dell'atomo), la minaccia di Teheran di chiudere lo Stretto di Hormuz e l'embargo sul petrolio. La Siria potrebbe diventare un teatro di guerra per procura. La tensione nel Grande Medio Oriente continua insomma a crescere, incrementata anche dalla coincidenza di elezioni in molti Paesi interessati: Iran, Russia, Stati Uniti, Francia. Una sconfitta diplomatica in Siria danneggerebbe Putin che va alle urne il 4 marzo creando per lui un pericoloso precedente. La crisi e le minacce potrebbero rafforzare gli estremisti iraniani. Negli Stati Uniti Barack Obama, bollato come «colomba» dai «falchi» repubblicani, non può permettersi di apparire debole proprio nei giorni in cui ha annunciato di voler anticipare il ritiro delle truppe Usa dall'Afghanistan. In Francia si vota in maggio, Sarkozy è in pericolo, il precedente libico pare averlo un po' rafforzato, un bis potrebbe salvarlo.
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