Lavoro, Pd fermo agli anni '70
Egregio direttore, la lettera del responsabile provinciale lavoro del Pd prof. Pagani merita qualche riflessione aggiuntiva.Egregio direttore, la lettera del responsabile provinciale lavoro del Pd prof. Pagani merita qualche riflessione aggiuntiva.
E' evidente a tutti che da qualche tempo l'area ex diessina del Pd sta cercando di riaccreditarsi nel rapporto con il mondo del lavoro dopo che per anni lo ha snobbato preferendo costuire rapporti più significativi e forse più propizi con i salotti intellettuali e le lobby della grande impresa. Ma questo tentativo di riaccreditamento è pura propaganda e lo si capisce anche dagli argomenti esposti in questa lettera dove si parte dalla notizia della condanna di Fiat per comportamento antisindacale nei confronti di tre lavoratori ingiustamente licenziati per arrivare a sostenere che il governo di centro destra sta conducendo una "politica contro il lavoro". Pura propaganda che non trova riscontro nei numerosi stanziamenti destinati a finanziare gli ammortizzatori sociali previsti per contenere gli effetti di questa crisi, estesi anche alle piccole imprese da sempre escluse da tali benefici anche dai governi di sinistra (e parliamo di milioni di lavoratori non meno bisognosi in caso di crisi aziendali dei lavoratori delle grandi aziende).
All'interno del Pd permane una visione del mondo lavoro ferma agli anni '70, basata sul rivendicazionismo sindacale di matrice ideologica che fa da cassa di risonanza per le posizione più oltranziste della Fiom, che rappresentano l'ostacolo più arduo da superare per l'ammodernamento del nostro sistema del lavoro ed allo stesso tempo il rischio più grosso per gli stessi lavoratori. Non si tratta di smontare un sistema di diritti e tutele che oggi, quando sono ragionevoli e giuste, sono ormai da tutti riconosciute e difese perchè fanno parte del patrimonio collettivo, così come sono ampiamente condivisibili i richiami verso una minor precarizzazione dei lavoratori.
Si tratta semmai di superare quelle incrostazioni che oggi compromettono la competitività delle aziende, che disincentivano gli investimenti in un Paese già di per sè non competitivo per vari aspetti (pensiamo alla rete infrastrutturale, al costo della burocrazia, alla bolletta energetica, ecc.), oggi quanto mai necessari per riprendersi in modo strutturale dalla situazione di crisi stagnante e competere nel tempo in modo vincente nel mercato globale, soprattutto per quanto attiene alcuni settori manifatturieri fortemente esposti alla competizione basata proprio sul differente costo del lavoro delle economie emergenti.
E quando parliamo di incrostazioni parliamo di comportamenti sindacali (con relativi sponsor politici) che rappresentano l'opposto al cambiamento, che ripropongono vecchi atteggiamenti di contrapposizione, di difesa corporativa, di approccio ideologico e fazioso che di fatto incentivano la delocalizzazione e che alla fine portano acqua al mulino del padrone, che per natura tende a massimizzare il suo profitto soprattutto se si tratta di una grande impresa (vedi Fiat), a differenza dei piccoli e medi imprenditori tradizionalmente legati invece anche da un rapporto sociale e personale alla comunità locale nella quale la propria impresa è insediata.
Il comportamento della Fiom nel caso di Pomigliano, ma anche di circa una decina di accordi separati raggiunti a livello locale dove giustamente Cisl e Uil hanno raggiunto accordi che legano il premio di produttività a parametri di efficienza, qualità e produttività, sono una dimostrazione concreta di quanto detto. Difendere con atteggiamenti retrogradi situazioni di inefficienza evidente (pensiamo al cronico assenteismo di Pomigliano, ma anche alcune grandi aziende bresciane a prevalenza Fiom non scherzano...) o rifiutare di pensare che in un mondo a competizione globale in qualche modo la retribuzione incrementale debba essere legata alla produttività ed a parametri di efficienza che responsabilizzano il lavoro, significa in modo altrettanto evidente proiettarsi verso il futuro con la testa ferma ai tempi della contrapposizione tra capitale e lavoro.
Questa logica di relazioni industriali rafforza purtroppo le scelte imprenditoriali scriteriate alla Marchionne, cioè le decisioni di delocalizzazione oggi più che mai propizie in un contesto di libertà di insediamento a livello comunitario, di incentivi comunitari per gli investimenti nei paesi dell'est e di forte squilibrio del costo del lavoro nei diversi paesi.
Fa specie che il prof. Pagani a nome del Pd abbia scoperto solo oggi che la grande impresa italiana, di cui Fiat è forse la massima rappresentanza, ha spesso ignorato il significato dell'art. 41 della Costituzione sulla responsabilità sociale d'impresa. Ma su questo dovrebbe fare il mea culpa a fronte del fiume di denaro pubblico con il quale nei decenni scorsi i governi che si sono succeduti alla guida di questo paese (sinistra inclusa) ha elargito in favore della Fiat. La socializzazione delle perdite e la privatizzazione degli utili, questa è stata la condotta della Fiat avallata dalla politica, una politica che forse soltanto ora ha espresso con chiarezza nelle dichirazioni del Ministro Calderoli la propria contrarietà ad ipotesi del genere.
Al governo, ed alla Lega Nord, non interessa la divisione sindacale che è nei fatti perchè per fortuna anche nel fronte sindacale c'è chi ha capito che con la globalizzazione è cambiato il mondo e, di conseguenza, cambiano anche le modalità di rapporto tra le parti, il rapporto tra il lavoro e l'impresa, perchè questa ha evidentemente un potere in più di condizionamento rispetto ai lavoratori ed alle istituzioni: il potere di delocalizzare con una facilità ed un ritorno economico che un tempo non c'era.
Alla Lega Nord non interessa "peggiorare le condizioni dei lavoratori" come sostiene Pagani, ma semmai migliorarle vista anche la crescente fiducia che i lavoratori stanno dando al nostro Movimento partendo dalla questione retributiva che, a nostro avviso, deve essere strettamente legata al costo della vita del territorio nel quale si lavora e vive, differente nei singoli territori che compongono il nostro Paese. Il salario territoriale è a nostro avviso una riforma concreta ed importante in grado di ridare dignità al lavoro, retribuendolo in modo corretto e coerente con il costo della vita livello locale. Ed è una riforma coerente con l'impostazione competitiva della globalizzazione che mette proprio in competizione i territori ed i relativi sistemi socio economici.
Queste sono analisi e proposte che la Lega Nord sostiene da oltre 20 anni e che per quanto possibile sta realizzando, al di la delle parole e degli slogan che ancora oggi il Pd sul tema del lavoro, lungi dall'essere quel partito nuovo che veniva teorizzato qualche anno fa, continua a sbraitare riproponendo a braccetto con la parte più ideologica della Fiom una politica che pensavamo superata con la caduta del muro di Berlino.
Matteo Rinaldi
SEGRETARIO CITTADINO LEGA NORD
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