Noi bresciani faccia a faccia con i talebani
IL REPORTAGE. All'aeroporto di Camp Area dove si pianificano le missioni di assistenza aerea alle truppe che controllano il territorio e a Bala Murghab fra gli alpiniGli elicotteri comandati dal colonnello Paolo Riccò e dal ten.col. Eugenio Luraghi In trincea con il caporale Bocassini
Davide Cordua
AFGHANISTAN
Ha 47 anni e indossa la divisa dal lontano 26 settembre 1984 quando si è arruolato frequentando il 166° corso dell'Accademia Militare di Modena e poi la scuola di Applicazione per gli Ufficiali dell' Esercito. Il colonnello pilota Paolo Riccò è l'ufficiale più alto in grado tra i bresciani presenti attualmente in Afghanistan. Laureato in Scienze Strategiche è pilota di elicottero dal 1995 e una lunga carriera militare alle spalle.
QUANDO gli stringiamo la mano all'aeroporto militare di Camp Arena a Herat si ha la certezza che dietro i suoi occhiali scuri alla "Top Gun" c'è un uomo imperturbabile di quelli che la guerra l'hanno vista e vissuta sulla propria pelle lungo la propria carriera. Ha partecipato infatti alle missioni militari di pace in Bosnia, Kosovo, Albania, Afghanistan e Somalia, dove, nel 1993, a seguito degli scontri a fuoco avvenuti presso il check point «Pasta» gli è stata concessa la Medaglia di Bronzo a Valor Militare.
«Sono arrivato a Herat il 15 aprile 2010 - racconta davanti al suo Mangusta - da quel giorno sono al comando dell'Aviation Battalion che è una forza d'aviazione dell'esercito per supportare le forze a terra con elicotteri d'attacco, da trasporto e da ricognizione». In particolare sotto il suo comando il colonnello Riccò ha una flotta di elicotteri composta da dieci A 129 Mangusta, cinque CK 47 Chinook, tre AB 205 e tre AB 412 con i quali copre missioni che vanno dalle tre alle sei ore al giorno.
«LA SITUAZIONE è migliorata notevolmente rispetto a due mesi fa - assicura il comandante - le forze talebane si sono ridotte in quanto è aumentata la presenza delle forze Isaf nella provincia di Herat. Per questo motivo il nemico ha cambiato strategia. Non tenta più di effettuare degli attacchi al suolo contro le truppe Nato, ma ricorre per lo più a mine anticarro posizionate sulle strade di collegamento tra i villaggi. L'Afghanistan è un teatro difficile anche per le condizioni ambientali in quanto le alte temperature influiscono negativamente sulle prestazioni dei velivoli, anche se riescono a garantire gli standard richiesti. Il vento e la sabbia, che sono frequenti nella provincia di Herat, non permettono infatti di sfruttare a fondo la velocità di cui dispongono tutti i mezzi militari della casa Augusta».
Ne sa qualcosa il Comandante del gruppo di volo Mangusta dell'Aviation Battalion a Herat il tenente colonnello Eugenio Luraghi che, guarda caso, oltre a essere il suo braccio destro è anche lui un bresciano, più precisamente di Gardone Riviera dove lo aspettano una moglie e due bambini. Sguardo sorridente, ma soprattutto fiero quando lo vedi prendere posto sul suo velivolo. Ha 42 anni ed è entrato in accademia militare nel 1987. «Dopo una permanenza nelle truppe alpine ho scoperto di avere una passione innata per il volo e quindi senza indugio ho deciso di fare il pilota di elicotteri fino a prendere il brevetto per gli A 129 Mangusta, l'orgoglio della flotta dell'esercito italiano». Anche lui come il colonnello Riccò è arrivato in Afghanistan lo scorso mese di aprile. E se gli chiedi qual è ora il suo desiderio più grande la risposta è: «Riabbracciare i miei figli».
NON HA INVECE prole, anche perché forse è ancora molto giovane il caporalmaggiore scelto Vito Bocassini, 26 anni originario di Ghedi arruolatosi a 17 anni. La sua unità è il secondo reggimento alpini di Cuneo che è di stanza a Bala Murghab, una valle a 170 km a nord di Herat e a pochi passi dal confine con il Turkmenistan. Qui la situazione è molto più difficile rispetto a Herat. La zona è raggiungibile solo in elicottero. L'esercito italiano spalla a spalla con le truppe afghane e americane pattugliando a piedi, scavando trincee, rispondendo al fuoco nemico e rimanendo per ore a sorvegliare gli accessi alla valle di Murghab ha creato intorno alla base una bolla di sicurezza di 20 km.
«Oggi la situazione è decisamente migliorata rispetto a due mesi fa - racconta il caporalmaggiore bresciano - prima si sparava quasi ogni giorno, ora i talebani hanno ripiegato fuori dalla valle. È dura, però mi trovo bene. Dopo cinque mesi ci siamo abituati al lavoro che facciamo e si va avanti». Un metro e 90 di stazza e con una barba «da talebano» Vito Bocasssini è già alla sua quarta missione all'estero: prima in Kosovo e poi tre in Afghanistan, «ma questa è sicuramente la missione più difficile - confida - perché non siamo mai stati così a contatto con il nemico come lo siamo qui. Le altre erano solo di pattuglia e aiuto alla popolazione locale, ma ora abbiamo gli insorgers a pochi metri da noi ed è molto dura». A Bala Murghab è comandante di squadra fucilieri alpini composta da dieci uomini. «In pratica, ogni 4/5 giorni facciamo attività mobile di pattuglia sui siti in trincea dove inizia un lungo periodo interminabile di attesa. Poi torno in base dove ogni giorno chiamo i miei genitori per tranquillizzarli, però è difficile».
QUANDO gli si chiede se ha mai paura risponde raccontando il suo primo scontro a fuoco: «Non me lo dimenticherò mai. Stavamo scavando le trincee, quando il nemico ci ha attaccati. Subito ci siamo buttati nelle buche e abbiamo iniziato a sparare. Ho impiegato qualche frazione di secondo per rendermi conto di quello che stava accadendo anche perché ogni volta cercavo di alzare la testa per capire da che parte i talebani ci stessero sparando questi aprivano subito il fuoco. Ora non è che ho proprio paura, perché avere anche timore ti aiuta a fare meglio il tuo lavoro e a essere più prudente». Il sogno nel cassetto? «Tornare a casa sano e salvo» risponde senza pensarci su due volte.
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