Non solo Caffaro, tutte le imprese impossibili


24/08/2011
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La Caffaro di Brescia

L'utopia maggiore in fatto di bonifica resta di certo il "Caso Caffaro", con 263 ettari contaminati tra Brescia e comuni dell'hinterland, dove l'azienda dei veleni scaricava le scorie (Passirano e Castegnato). L'azienda ha inquinato per anni, è poi fallita ma a pagare il tentativo di messa in sicurezza saranno i contribuenti. Il ministero ha stanziato 6,7 milioni, bruscolini rispetto a quello che servirebbe. Risulta un'impresa di Sisifo anche solo provare a bonificare il cromo presente nella prima falda della Valtrompia (da Lumezzane a Sarezzo), dove per anni le industrie hanno scaricato i bagni di cromatura di posate, pentole e armi nel torrente Gobbia e nel fiume Mella. È talmente diffuso l'inquinamento che non esiste nemmeno un piano di caratterizzazione. Cromo che ha raggiunto in più casi anche la falda profonda, vista la presenza di tracce (sotto la soglia di legge) anche negli acquedotti pubblici.
SEMPRE in fatto di cromo, è più grave del previsto anche l'inquinamento causato dalla galvanica Baratti-Inselvini nella zona di via Dalmazia, in città. «L'inquinamento è più grave del previsto – si lascia sfuggire l'assessore provinciale all'Ambiente Stefano Dotti – e sta viaggiando verso sud, dove c'è il Villaggio Sereno e le Fornaci». Leggermente più ottimista il direttore Arpa Giulio Sesana: «L'inquinamento è notevole, ma si è già intervenuti e l'azienda ha iniziato la messa in sicurezza».P.GOR.