Vita e morte in cascina a 15 giorni dalla pensione


  • 29/10/2009
 
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Giuseppe Ranghetti

È una tragedia difficile da accettare la morte di Giuseppe Ranghetti, che nella cascina Bredella ha trascorso tutta la vita, dalla nascita nel maggio del 1939, alla morte sul lavoro, un lavoro che lui amava ma aveva deciso di lasciare più per i problemi che pesano sull'allevamento che per la stanchezza.
NELLA CASCINA Bredella Ranghetti aveva cominciato a lavorare fin da bambino e non l'aveva lasciata neppure quando nel 1978 si era sposato con Carmelina Marchione che gli aveva dato tre figli, Roberta, Dario, che era con lui al momento della tragedia, e Luca, informato della morte mentre era al lavoro in un cantiere di Milano. «Mio papà - racconta la figlia Roberta - aveva venduto tutte le bestie e tra quindici giorni l'allevamento sarebbe stato chiuso ma non credo sarebbe riuscito a stare fermo. Domenica si era tagliato la mano mentre stava dando da mangiare alle bestie, ma con la mano fasciata è tornato al lavoro anche oggi. Penso che dopo qualche mese di riposo avrebbe ripreso a fare qualcosa, stare fermo, non fare nulla non gli piaceva». Uno dei vicini accorsi dopo l'incidente non riesce ad accettare la disgrazia «Ha sempre lavorato e adesso non ha avuto neppure il tempo di tirare il fiato». In tanti, allevatori come la vittima hanno portato in cascina la loro solidarietà, con discrezione hanno stretto la mano alla vedova e alla figlia rimasta con lei ad attendere l'arrivo del fratello carpentiere. «Aveva deciso di cessare l'attività - aggiunge un veterinario - forse anche perché i figli avevano tutti trovato un lavoro».