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28 novembre 2014

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20.04.2012

Così è stata sgominata
la multinazionale dello spaccio

OPERAZIONE ELEFANTE BIANCO. Smantellata maxi gang: 55 arresti.
In un anno e mezzo spediti da Barcellona a Brescia 300 chili di cocaina. In città la «cassaforte» e i covi

Un momento della conferenza stampa di ieri in Procura FOTOLIVE
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Brescia. Il racconto di un pentito ha permesso di disarticolare una multinazionale dello spaccio che agiva a livello piramidale e aveva base a Brescia. I vertici erano serbi, ma poteva contare su italiani - molti bresciani, coinvolti in tempi anche lontani nel traffico di droga dalla Spagna alla Lombardia -, spagnoli, ceki, bosniaci, svedesi e albanesi, ognuno con un ruolo preciso. E guai a sgarrare. L'organizzazione - lo ha documentato la Guardia di Finanza di Brescia, che ha condotto insieme ai carabinieri l'«Operazione Elefante bianco» - in un anno e mezzo ha spostato oltre 300 chili di cocaina da Barcellona a Brescia, per rifornire il mercato della città e quelli del Garda, della Valtrompia e della Valsabbia, e poi Bergamo, Monza, Como, Mantova e addirittura Napoli (in combutta con la camorra) e Oristano. A capo Safet Halitovic, detto Sayo. Determinante per il buon esito delle indagini l'utilizzo di «cimici» e microcamere, che hanno permesso di ascoltare le conversazioni dei membri dell'organizzazione e di documentarne movimenti e ruoli. È in un bar di Gavardo che avvenivano gli incontri tra i boss per pianificare le attività e decidere le strategie. Le Fiamme Gialle hanno anche operato all'estero, individuando in Spagna in nascondigli dei ricercati. MEDIAMENTE giungevano a Brescia venti chili di coca a viaggio, consegnati in conto vendita (i fornitori sarebbero stati pagati dopo la cessione). La droga era consegnata sulla fiducia, in quanto i serbi ai vertici potevano contare su persone fidate che punivano chi sgarrava, chi non stava ai patti o tenendo contatti con altre organizzazioni. Nulla era lasciato al caso, mentre i proventi dello spaccio erano investiti in immobili, auto di lusso, negozi e centri estetici, utilizzando prestanome legati da vincoli di parentela con i trafficanti. Con l'«Operazione Elefante bianco», Fiamme Gialle e carabinieri di Brescia in tre anni hanno accertato il passaggio di cocaina e di hashish - sono 730 i chili di «fumo» intercettati - e individuato il ruolo primario o secondario di un centinaio di persone. Mercoledì la Direzione distrettuale antimafia di Brescia a concluso le indagini, ordinando il blitz che ha impegnato per ore e ore 350 uomini. Il bilancio è di 55 arrestati, 36 dei quali italiani; 39 sono in carcere, una dozzina agli arresti domiciliari e quattro sottoposti all'obbligo di firma. L'ultimo fermo è avvenuto ieri a mezzogiorno: i carabinieri di Nuvolento hanno arrestato un marocchino sfuggito alle manette il giorno precedente; la notizia è giunta al colonnello Marco Turchi durante la conferenza stampa in Procura. Sono stati inoltre sequestrati immobili e beni per oltre due milioni di euro; altri provvedimenti potrebbero scattare a breve. Sono in corso ulteriori accertamenti da parte delle Fiamme gialle. Il GIP MARCO CUCCHETTO ha firmato i provvedimenti richiesti dal pm Silvia Bonardi; i primi sono stati eseguiti all'alba di mercoledì. «Un intreccio che unisce albanesi e slavi, ma anche lumezzanesi e "terroni" calabresi», ha commentato con una battuta il procuratore capo Fabio Salamone (che è siciliano), per far capire quanto multietnica fosse l'organizzazione. Ma se per quanto riguarda le origini dei trafficanti la geografia del narcotraffico è radicalmente mutata, i tragitti della droga sono gli stessi del passato. Nel lungo elenco degli indagati compaiono i figli di personaggi coinvolti in grandi inchieste sul narcotraffico bresciano, risalenti anche agli anni Ottanta e Novanta. Si va dall'«Operazione Valle» (traffico di droga in Valtrompia) alle operazioni «Penelope» 1 e 2, all'«Operazione Vesuvio». «Dopo aver scontato condanne severe, sono tornati nel giro», afferma Salamone, che da un paio di decenni segue il fenomeno dello spaccio di droga nella nostra provincia. PER FARE QUALCHE nome, sono tornati in un'inchiesta della Procura di Brescia i cognomi Panizzi (lo porta il fratello di chi nel 1985 mise a segno un omicidio in spiaggia in Puglia) e Buono (Ivan, detto «il Piccolo», figlio di un napoletano che una ventina d'anni fa fu coinvolto nel traffico di coca sull'asse Brescia-Napoli), Pagano e Orru. Ed è rispuntato Mario Franzè, quello che in carcere si cucì la bocca. Il nome di Oreste Pagano («Operazione Vesuvio») è emerso nel corso della conferenza stampa: tra gli arrestati figurano Franco De Luca e Gaetano Mazza, indagati a suo tempo in quanto erano in contatto con Pagano, ritenuto dagli inquirenti il referente dei trafficanti bresciani. Storie datate, che riemergono. E proprio da un Orru, Bruno, nel settembre del 2008 ha preso le mosse l'indagine. L'uomo si presentò dai carabinieri chiedendo protezione: si sentiva minacciato. Vuotato il sacco, ha permesso all'Arma e alle Fiamme Gialle di smantellare l'organizzazione.

Franco Mondini
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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