Il Pd e il valore della politica

Egregio direttore, desidero esprimere la speranza che, dopo i sogni coltivati con la nascita del Pd, non vi siano delusioni e poi tentazioni - ma già qua e là sento il

02/03/2010

Egregio direttore, desidero esprimere la speranza che, dopo i sogni coltivati con la nascita del Pd, non vi siano delusioni e poi tentazioni - ma già qua e là sento il brontolio - per imbastire nuovi soggetti politici.
Per me, comunque vadano le elezioni, il Pd deve rimanere un «punto fermo». E mi sento di sostenere questo, pur essendo convinto che a suo tempo non vi fossero le migliori condizioni per fondare il Pd. Ma una volta nato, il Partito va costruito. Come nella vita, non serve recriminare su una «improvvida notte di follia». Quando un processo prende vita, esso va fatto crescere. Questa la vera difficoltà che abbiamo di fronte e con realismo va pure detto che i problemi del Pd sono quasi gli stessi dell'Ulivo, aggravati da un bel mucchio di voti in meno.
«Rifare l'Ulivo»: dice bene Chiamparino. Sono tra quanti ritengono che l'Ulivo sia stata l'idea più innovativa del centrosinistra, ma constato che tra i rianimatori ritrovo anche chi ha operato chirurgicamente per spedirlo dritto nell'aldilà. Ripartire dall'Ulivo per salvare il Pd. Questo va fatto. Ma ripartendo non dall'Eden ulivista, che non c'è mai stato, ma dai problemi reali su cui l'Ulivo s'è diviso ed arenato. Ciò significa ripensare gli errori compiuti e costruire una politica che ponga anche fine agli equivoci veltroniani del «Lingotto», come Bersani cerca di fare.
Va ripensato un intero periodo, sapendo che vi è una questione, rimasta irrisolta e che riemerge con dirompente attualità. Al punto da far ritenere che se il Pd non promuove una coraggiosa politica di alleanze, l'alternativa a Berlusconi nascerà all'interno del centrodestra. E non dal centro sinistra. E il punto di rottura - considerata la gravità della crisi economica e morale in atto - può essere più vicino di quanto si pensi.
La questione irrisolta è la cronica incomprensione del ruolo decisivo che il «centro», assolve nella politica italiana. E per il futuro della sinistra stessa! E, collegata a questo nodo, anche l'incomprensione della nuova «questione cattolica», od «ecclesiale», per dirla con Scoppola. Un'area di «centro», che si è saldata a destra, in particolare nel Nord, mentre una parte della sinistra sosteneva che il «centro» non esisteva più, che il futuro era nel bipartitismo e nel presidenzialismo e che era necessario (insieme a Berlusconi) fare terra bruciata del territorio centrista. Da qui anche lo zigzagare di un centro sinistra che ha sostenuto in tema di strategie istituzionali tutte le posizioni immaginabili. Con una sinistra riformista che si è persino immaginata come il «nuovo centro» o capace di dar vita ad «un partito socialista a vocazione maggioritaria».
Si pensi alla scelta per la lista dei «Progressisti», fatta per anticipare il voto nel '94 ed impedire al Ppi di Martinazzoli di mettere radici. Un capolavoro politico, questo, che ha fatto nascere Berlusconi e la Lega. Con le elezioni di Brescia del '94 nasce l'Ulivo. E faticando si vince nel '96. Ma appena nato come «alleanza di governo», l'Ulivo viene sottoposto a due opposte trazioni: da una parte si pretende che diventi subito un partito, dall'altra lo si considera un passaggio verso «il partito socialista a vocazione maggioritaria». E troppi sono impegnati a bistrattare la Costituzione con il presidenzialismo e con leggi elettorali ipermaggioritarie, fino al disastro del referendum del 2009. Su questi scogli nel '98 si è sfasciato l'Ulivo, non su Bertinotti! Così, nel 2007, tutti contro l'Unione, ma dimenticando che essa era nata, dopo che era stato distrutto l'Ulivo.
Ripartire dall'Ulivo significa riproporre il valore strategico di una alleanza tra due riformismi: quello della sinistra di governo e quello cattolico popolare. Oggi queste aree culturali sono motori quasi spenti nel Pd, ma non ci sarà risveglio e l'apporto di nuove culture se esse non si proporranno anche come visibili soggetti politici, in un partito pluralista e federato. Non mi preoccupano tanto le forme organizzative, e neppure come e dove si porranno i confini, peraltro mobili, tra laici e cattolici con il Pd o nel Pd. E' chiaro che il Pd è un partito di centrosinistra, ma non dell'intero centrosinistra. Ed è interessato al rapporto con il «centro» e con l'Udc. Quindi, in base a questa strategia, va detto un sì al «sistema tedesco» e un no al bipartitismo!
Ricollocare il Pd nel solco dell'Ulivo significa, inoltre, immaginarlo come parte di una coalizione più ampia che promuova una premiership intesa come guida e sintesi di questa alleanza e non come sigillo di un primato di partito e delle sue primarie. Foss'anche un'alleanza con un candidato centrista o un nuovo Ciampi. Un Pd che attribuisca valore alla politica - e non già al marketing delle belle statuine - promuovendo alleanze con i soggetti sociali, con i territori, e che si consideri parte integrante di una democrazia partecipativa dei cittadini.

Claudio Bragaglio
CONSIGLIERE COMUNALE
DIREZIONE LOMBARDA DEL PD




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