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22.12.2017

Per l’atomica il nuovo jet non è ancora «certificato»

La manifestazione per il disarmo dello scorso 20 novembre a Ghedi
La manifestazione per il disarmo dello scorso 20 novembre a Ghedi

Parlare di Ghedi non è possibile senza che venga in mente la questione delle presunte bombe atomiche americane B61, la cui presenza nell’installazione militare bresciana non è mai stata confermata ma che è un po’ un segreto di Pulcinella.

IL TEMA è ricorrente: solo nell’ultimo mese ci sono state a Ghedi due manifestazioni dei movimenti pacifisti. La prima lo scorso 20 novembre con la «Carovana per il disarmo», conclusa con un appello al capo dello Stato, il presidente Sergio Mattarella, per far aderire l’Italia al protocollo per l’abolizione delle armi nucleari nel mondo, approvata dall’assemblea generale dell’Onu dopo la campagna Ican, premiata quest’anno con il Nobel per la pace; la seconda manifestazione si è svolta invece il 10 dicembre, una biciclettata sotto la neve, con le stesse parole d’ordine: no all’atomica e anche no agli F-35.

IL PUNTO della situazione dal versante militare è che al momento, al contrario dei vecchi Tornado Ids, gli F-35 italiani (ce ne sono 9 attualmente, il decimo arriverà solo nel novembre 2018) non sono ancora operativi (la «capacità iniziale operativa» è prevista non prima del 2019) e non sono men che meno certificati per imbarcare le bombe di tipo B-61. Per poter acquisire la capacità di strike nucleare, i nuovi jet dovrebbero infatti essere sottoposti ad apposite e delicate modifiche dei software (per «riconoscere» quel sistema d’arma) oltre ai vari test di volo e cinetici. Al momento non è nemmeno sicuro al 100%, anche se molto probabile, che gli F-35 saranno mai predisposti per le B-61. Si aspetta comunque che arrivino i nuovi modelli con il software più avanzato, il «4», visto che agli attuali F-35 italiani fanno ancora parte del lotto precedente (il «3-F»), una tecnologia non ancora del tutto matura. E questi sono i fatti, per ora. V.R.

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