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06.02.2018

Arrighini e quel sogno chiamato Grande Nord

Giulio Arrighini in piazza della Loggia con i fondatori del partito in provincia di BresciaGiulio Arrighini di Grande Nord
Giulio Arrighini in piazza della Loggia con i fondatori del partito in provincia di BresciaGiulio Arrighini di Grande Nord

Giuseppe Spatola Nella testa di Giulio Arrighini c’è solo un «grande nord». Nato a Brescia il 2 maggio 1962, il candidato alla presidenza della Regione sostenuto dalla componente nordista, politicamente è nato come militante della Lega Lombarda poi Lega Nord. Tra i fondatori e poi segretario provinciale e cittadino dello stesso movimento fino al 1992, è stato deputato nel corso della XI Legislatura, eletto nella Circoscrizione Brescia-Bergamo, e rieletto la volta successiva, nel 1994, per la XII Legislatura. Nel 1999 ha lasciato la Lega Nord in dissenso con la linea politica delle segreteria federale e tre anni più tardi, nel 2002 ha aderito alla Lega Padana di Roberto Bernardelli. Nel 2011, con la fine del governo Berlusconi, fonda, insieme ad alcuni fuoriusciti della Lega Nord il movimento Unione Padana con l'obiettivo di ritornare alle origini autentiche dell'autonomismo leghista. Il movimento assume poi nel 2013 la denominazione di Indipendenza Lombarda presentandosi alle successive elezioni amministrative. Nel maggio 2017 l’ultima svolta con il movimento politico «Grande Nord» con cui sogna il Pirellone. «Autonomia e freno all’im- migrazione sono i punti chiave del programma del movimento che si propone come sindacato territoriale del Nord - ha spiegato Arrighini -. Faremo saltare l’accordo Stato-Regioni che consente ai prefetti di decidere dove piazzare i centri di accoglienza dei profughi senza il consenso degli enti locali. Un’imposizione coloniale». La Lega abbandona il «Nord» nel simbolo e Grande Nord ne raccoglie subito la sfida? «Guardiamo all’elettorato della Lega delle origini, perché con Salvini il Carroccio ha preso un’altra strada. Per tutti noi il Nord non è un autobus da cui si sale e si scende a piacimento, da mettere e togliere nel simbolo elettorale a seconda delle convenienze». Si aspetta qualche abbandono illustre nella Lega salviniana? «Abbiamo già raccolto migliaia di adesioni, noi guardiamo all’elettorato della Lega anni ‘90, che in gran parte ormai non voterà mai Salvini». Puntate a essere più che comparse e magari a prendervi una fetta importante di quel 38% che ha detto Sì al referendum? «Anche a quelli che non hanno votato, tanti che hanno visto in questo referendum un atto propagandistico un po’ tardivo. Non facciamo Grande Nord per dare fastidio alla Lega, ma perché riteniamo giusto proseguire le nostre battaglie. Vogliamo il federalismo, in quanto Stato leggero. Perché non si tratta di spostare le tasse da Roma a Milano, ma di pagarne meno. Rivendicando competenze come la scuola, la cui autonomia si potrebbe ottenere a Costituzione vigente ma la Regione non lo fa. Decisioni che avrebbe già potuto prendere la Lombardia». C’è spazio per possibili alleanze in Regione o alle Politiche? «Se qualche partito dovesse accettare i nostri punti, a partire dalla riduzione dei parlamentari e dei consiglieri regionali ad uno per provincia, perché no? Ma dubito che i politici professione rinuncino. Sarà molto difficile. E noi rimarremo l’unico vero sindacato del nord». • Giuseppe.spatola@bresciaoggi.it

Giuseppe Spatola
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