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03.05.2014

Caso «Bigio», dopo un anno
città e Loggia ancora divise

 Il "volto" del Bigio ritratto nella gabbia che lo sostiene e protegge
Il "volto" del Bigio ritratto nella gabbia che lo sostiene e protegge

Il 25 aprile è passato. Era stato poco prima che scadesse questa data, ma dello scorso anno, che la ricollocazione del Bigio in piazza Vittoria fu bloccata. Era il 17 per l'esattezza. E il sindaco era Adriano Paroli. Il «forzista» nel volere riportare piazza Vittoria nella originale versione, statua compresa, non era spinto dall'ideologia, così almeno aveva ripetuto più volte. Ribadiva che era solo un'operazione filologica.
Ma non tutti la pensavano allo stesso modo. A cominciare dall'Anpi, l'associazione partigiani. Che è subito insorta, e con lei spezzoni della città. C'era alle viste la festa della Liberazione, e dietro l'angolo i 40 anni della strage di piazza Loggia. Insistere col Bigio rischiava di diventare qualcosa più di una polemica sui giornali, quale era già. Aleggiavano preoccupazioni di ordine pubblico. Paroli che doveva affrontare le elezioni, decise di levare la statua dalla campagna elettorale. Se ci sia riuscito a non far pesare il Bigio sul voto, è difficile dire. Sta di fatto, che rinviò ogni decisione. Ma non fu rieletto, e così il destino del Bigio divenne un problema del centrosinistra. Insomma, di Del Bono. Che, terminata la ristrutturazione della piazza, si è trovato con il piedistallo vuoto, quello sul quale avrebbe dovuto tornare la scultura del Dazzi, propriamente detta Era Fascista. Che fare?
La polemica sì è così riaccesa, dopo la quiete postelettorale. E più intensa di prima, anche se il sindaco non ha mai lasciato spazio a dubbi: non l'avrebbe rimessa. Il problema erano allora le alternative: quella di un nuovo sito per il Bigio e quella di qualcosa al posto del Bigio. Dopo quello che il Comune aveva speso per il restauro (più di 400mila euro? Di meno?) non si poteva lasciare l'omone del Dazzi nuovamente ai vermi di un magazzino. E sul piedistallo cosa mettere? La Sovrintendenza dal canto suo non aveva e non ha dubbi: tutto deve tornare come era nel progetto di Piacentini.  
È STATA una rincorsa di idee già prima che il sindaco proponesse un concorso di idee, internazionale. Cosa che ha fatto insorgere la sua vice Laura Castelletti. Convinta di dar voce ad un'altra maggioranza, quella dei cittadini che - a suo dire - vedono il Bigio solo come una statua e non come un simbolo del fascismo, Castelletti si è dissociata dalla maggioranza politica in Loggia. Il sindaco le ha ribattuto secco, che ogni decisione sarebbe arrivata dopo il 28 maggio, e tra queste non ci sarebbe stato il ritorno in piazza dell'Era Fascista. A qualche settimana di distanza della divergenza, ieri la vicesindaco ha ricucito lo strappo. Ma lo stesso non si può dire nell'opinione pubblica, come dimostra il dibattito sui social network oltre che su più tradizionali mezzi di informazione. Dove la polemica è più viva che mai. Basti pensare che è stata creata anche una pagina Facebook per dire no al Bigio e ogni volta che qualcuno accenna al tema, segue fuoco di fila di commenti. D'altronde il Bigio ha fatto notizia non solo nel cortile di casa. Ne ha riferito anche il quotidiano The Guardian, autorevole giornale progressista britannico e ne ha parlato nel suo blog James Walston, docente di relazioni internazionali all'American University di Roma.
Non che per il Bigio sia una novità lo stare al centro di polemiche. Già nel Ventennio ne suscitò, prima per la sua nudità poi per la foglia di vite in metallo che doveva coprirla, la nudità. Foglia che per il conte Fausto Lechi era un «ibrido, indecoroso e grottesco».
Se non il Bigio cosa vedranno i bresciani sul piedistallo? Un'opera contemporanea? Una riproduzione della Vittoria Alata? E il Bigio dove finirà?
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Eugenio Barboglio
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