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22.02.2019

«Cresta» sui pasti in
questura. C’è il falso,
ma non il peculato

L’indagine della Procura era nata da un esposto della Prefettura e di un dirigente della questura
L’indagine della Procura era nata da un esposto della Prefettura e di un dirigente della questura

Assolta dall'accusa di peculato e condannata per falso ideologico a un anno e quattro mesi con pena sospesa. Un epilogo giudiziario tutto sommato soddisfacente per la ex responsabile del servizio mensa della questura di Brescia finita a processo con l'accusa di aver intascato circa 120mila euro in una decina di anni di servizio. LA SENTENZA è arrivata al termine del processo celebrato con rito abbreviato davanti al giudice per le udienze preliminari Alessandra Di Fazio che non ha accolto la richiesta del pubblico ministero a cinque anni di carcere. L’inchiesta era nata da un esposto presentato dalla Prefettura e da un nuovo dirigente della questura il quale, passando in rassegna i registri, si era accorto che i conti non quadravano. Le indagini avevano poi accertato che il confronto tra il registro nel quale venivano segnate le cifre corrisposte dai fruitori quotidiani della mensa non obbligatoria in questura, i buoni rilasciati per usufruire del pasto e i soldi effettivamente versati al ministero dell’Interno tramite la Banca d’Italia, presentavano significative discrepanze. La donna, subito sospesa dal servizio, venne quindi accusata di aver effettuato delle distinte di cifre inferiori a quelle effettivamente dovute - un «arrotondamento» ammesso dalla stessa imputata che le è valso la condanna per falso ideologico - e di essersi appropriata indebitamente dei soldi, da qui l’accusa di peculato (dalla quale è stata invece assolta). LA CIFRA sottratta alle casse del ministero, almeno quella accertata a partire dal 2008, sarebbe stata di circa 120 mila euro. Soldi mai trovati. «Non posso che essere estremamente soddisfatto» ha commentato il difensore dell’imputata, l’avvocato Massimo Zambelli, all’uscita dall’aula. Fra 90 giorni saranno depositate le motivazioni della sentenza. •

Paola Buizza
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