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22.01.2019

E sul grembiule
obbligatorio
Brescia si divide

Opinioni diverse sull’obbligo del grembiule a scuola: c’è chi lo ritiene comodo e chi inutile
Opinioni diverse sull’obbligo del grembiule a scuola: c’è chi lo ritiene comodo e chi inutile

Presidi contrari, maestre e genitori di vario parere. A Brescia, l'idea del ministro Salvini di rimettere un grembiule addosso agli alunni, almeno nelle materne e nelle elementari, non è passata inosservata, in particolare nelle famiglie. Mamme e papà ne hanno parlato, trovando conferme al proprio assenso o dissenso nei figli, inorriditi quelli alle superiori, per ora tuttavia non coinvolti.

ALLA PRIMARIA Diaz fra le richieste al momento dell'iscrizione c'è il grembiulino, da lasciare a scuola tutta la settimana, però un po' si usa, un po' no. Dipende dalle maestre e dalle attività. «Lo trovo utile e pratico, ma serve anche a mitigare la competizione tra le ragazze, più forte forse alle superiori, dove insegno, che a questa età. Non credo che là accetterebbero, anche se a volte sono imprevedibili», afferma una mamma, Sara Ventura. «Per i miei maschietti non è un problema, va bene quanto decidono- le fa eco Mara Uggeri-. Del resto per la competizione c'è poco da fare, rimangono altre cose, gli accessori, dalle scarpe allo zainetto, addirittura le penne o i quaderni». La figlia di Baddy Liynage lo utlizza ed è contenta, «ma è una piccolina di terza» aggiunge la mamma che approva tranquillamente. E di parere positivo è pure Irina Krasnoschi che ricorda come in Russia i bambini portino «una sopravveste che dà un aspetto elegante e pulito». Le piace, mentre le manca la lezione settimanale che nel suo Paese viene dedicata alle manualità, delle femmine e dei maschi, «il cucito e il martello», come accadeva da noi tanto tempo fa. Il nonno Paolo Chiara invece non è per niente d'accordo sulla «uniforme, ritorno al passato». «E poi - rincara- non è il ministro dell'Interno a decidere, semmai liberamente gli organismi scolastici. Salvini non interferisca in competenze che non sono sue». La docente elementare Maria Teresa Castiglia è aperta: «Le insegnanti possono richiedere il grembiulino o no, soprattutto per motivi di ordine nell'aspetto e per certi lavori in cui si possono sporcare. Non lo vedo però come segnale di omologazione, come divisa». «Io non lo ritengo affatto funzionale - ribatte una maestra dell'infanzia, Stefania Boroni -. Impiccia la spontaneità e il far da sé nelle azioni quotidiane su cui insistiamo. È anche poco igienico, spesso sintetico e poco traspirante. Basta un abbigliamento comodo, informale e comunque piacevole perché i bambini sono molto sensibili alla bellezza e all'originalità. Un grembiule uguale per tutti lo vedrei poco creativo». Per i dirigenti il discorso è di scarso interesse, non è una priorità fra i mille acciacchi della scuola, e in ogni caso non è da intervento ministeriale. Esiste l'autonomia. «Forse sarebbe meglio pensare all'edilizia scolastica, alla creazione di spazi per lo sport dei ragazzi e a tanti altri temi importanti. Non mi sembra una riflessione da fare. Se dipende dai contesti, il nostro non ne ha necessità né penso interessi ai genitori. Ci sono altri modi per generare identità, noi abbiamo un nucleo fortemente identitario» dichiara Loredana Guccione del Comprensivo Centro 3. «L'uguaglianza si ottiene offrendo le stesse opportunità educative, non con un vestito. Cerchiamo sempre di dare indicazioni al risparmio ai genitori sugli accessori, per non strafare, ricordiamo anche che in classe l'abbigliamento deve essere adeguato, quello di tutti, degli adulti e dei bambini. Se ci sarà chiesto ufficialmente di mettere la questione all'ordine del giorno, lo faremo; per ora non è nelle nostre preoccupazioni» afferma Stefania Battaglia di Est 3. E sulla libertà di scelta batte pure Giorgio Becilli, reggente al Comprensivo di Castenedolo, oltre che preside dello Sraffa. «Spetta alle scuole decidere, al momento non è un'esigenza, c'è altro a cui lavorare».

LO STESSO vale per gli istituti paritari cattolici. Sia Davide Guarneri, che ne ha la responsabilità per delega vescovile, che Massimo Pesenti della Fism, che raggruppa 260 materne cattoliche in provincia, ribadiscono la possibilità in proprio delle loro scuole, ma la non rilevanza né pedagogica né sociale di un ripensamento sul grembiule scolastico. Per loro, fra gli altri nodi sul tappeto, determinanti e urgenti ci sono invece le risorse per le non statali che rappresentano, «che offrono servizio pubblico».

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MA.BIG.
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