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24.03.2018

I senatori tra tradizione e «rito» della cravatta

Il voto del senatore Vito Crimi (M5S)  SERVIZIO  FOTOLIVE/  FILIPPO  VENEZIADAL NOSTRO INVIATO
Eugenio Barboglio
ROMA
Il voto del senatore Vito Crimi (M5S) SERVIZIO FOTOLIVE/ FILIPPO VENEZIADAL NOSTRO INVIATO Eugenio Barboglio ROMA

Si vede benissimo che preferirebbero parlare di Trump e dei dazi sull’acciaio, di Facebook crollato in Borsa, dei misteri di Cambridge Analytica una specie di Casaleggio e associati in grande. Preferirebbero parlare di tutto piuttosto che parlare di politica. Stanno al centro del salone Garibaldi di palazzo Madama, sono contenti di esserci, lo confessano, sono emozionati, ma la politica no, questa politica è troppo incasinata. Mai stata come adesso, su questo Adriano Paroli, Vito Crimi, Stefano Borghesi e Simone Pillon sono tutti d’accordo. Forse è la sola cosa che li unisce completamente, in un contesto che per il resto fa di tutto per allontanarli. Entrano ed escono dall’emiciclo, ma mai che portino una schiarita. ANZI DAI NODI procedurali da scogliere, legati ai conteggi dei voti non sempre comunicati correttamente - senatori per le urne, ma non ancora per gli elenchi di palazzo Madama - al grande nodo della presidenza, l’emiciclo sembra aggrovigliare anziché sciogliere la matassa. Escono dalle sessioni di voto sapendo che, per la prima giornata, non se ne fa niente: il presidente, e chissà mai chi potrà esserlo, si dovrebbe fare oggi. Uno della Lega? Un cinque stelle? Paolo Romani di forza Italia o Luigi Zanda del Pd? Tutto può essere, tutto può accadere nel primo giorno da senatori del senato più incasinato della storia della Repubblica italiana. Piano, però, un altro punto in comune in verità, ad esempio Adriano Paroli e Vito Crimi ce l’hanno, anzi due. Ma non proprio sufficienti per una alleanza Fi-M5S. Entrambi sono colpiti e consapevoli della sacralità del luogo, «alla quale non puoi restare indifferente», e per entrambi quella sacralità è stata «svilita». Ma su chi sia il responsabile hanno idee molto diverse. Per il forzista Paroli il responsabile va cercato nell’antipolitica e nei partiti che a quella si sono ispirati, per il grillino Crimi nella vecchia politica. E l’altro punto in comune? La cravatta. Non è uguale, no, ma è lì che c’è un po’ di memoria dei loro precedenti debutti in Parlamento. Paroli l’ha scelta di nuovo a distanza di anni perché glie l’ha regalata un amico; Crimi adesso che glielo fai notare scopre che sì, «era proprio la stessa che avevo messo cinque anni fa». Vito Crimi, nella prima giornata, non ha solo votato. «Sono nella giunta provvisoria chiamata a sciogliere tutte quelle posizioni ambigue lasciate dal voto», dice. Ma proprio perché provvisoria, ha spiegato, ha rinviato alla giunta definitivamente insediata l’ultima parola. Anche il leghista Stefano Borghesi ha avuto altro da fare oltre che votare: assistere Napolitano. «In quanto tra i più giovani senatori sono uno dei sei nominati nella segreteria dell’ex capo dello stato, che da senatore anziano ha diretto i lavori», precisa. Simone Pillon, pure Lega, non è più un ragazzino ma sarà che la famiglia è la sua stella polare anche politica - è tra i promotori del Family Day - si è fatto accompagnare a Roma dai due genitori che vivono a Mompiano. «Ho voluto condividere con loro questo giorno», racconta. È un po’ anche con Mino Martinazzoli, del quale, dice il neo senatore eletto a Monza, vuol trovare lo scranno che ha occupato in questo palazzo. «È stato un grande esempio per me - confida -. Era un amico della mia famiglia, abbiamo condiviso le vacanze non le idee politiche. Anche se oggi in certe sue critiche della globalizzazione, ritrovo la centralità della famiglia come antidoto, come punto fermo». Attende tutti e quattro una vita da pendolari, senza più la comodità dell’ovalino, come era chiamato. «Era di pelle con la scritta Camera o Senato e sull’altro lato Ferrovie dello stato, salivi gratuitamente su tutti i treni senza bisogno di prenotazioni e passaggi dalle agenzie», ricorda Paroli. Che a Roma è più di casa degli altri, a parte gli anni da onorevole a cavallo dei Novanta. «Mia moglie è tornata da qualche mese a lavorare qui, mi ha preceduto», ammette. Ma anche Crimi, in un certo senso si è sistemato, «ora vivo con una compagna che è anche deputata». SIMONE Pillon, invece, la sistemazione non l’ha ancora trovata, ma ha le idee chiare: «Andrò in una casa religiosa», anticipa. Passano le ore, perché non si sblocca questa impasse che attanaglia il Senato? Paroli una idea ce l’ha, quella semplice, sintetica, in mezzo alle analisi più dietrologiche alle quali anche nel Senato più incasinato della storia repubblicana un senatore di lungo corso e di esperienza come lui non rinuncia. «Dal voto utile siamo passati al primato del voto inutile», riflette. E aggiunge, sempre per fotografare la situazione del tutti contro tutti: «Il sistema proporzionale necessità di maturità politica. Ci vorrebbero i tedeschi». Dall’emiciclo solo fumate nere, intanto, e viene da chiedersi se sfogarsi su numero due e tre dello Stato aiuterà a risolvere il problema del governo. «Non credo proprio - taglia corto Stefano Borghesi - sono due partite assolutamente sganciate. I presidenti, bene o male, sono due passaggi obbligati. Il Governo chiamato a guidare il Paese è tutta un’altra cosa». Appunto! Per Borghesi, «nel centrodestra l’accordo era che bastava un voto in più del partner per rivendicare il diritto ad esprimere il premier». Per Crimi bisogna «chiedere a Forza Italia di non candidare al Senato un condannato» (Romani per peculato) «è il minimo sindacale». E Paroli chiude dicendo che «non si può decidere il candidato di un’altra forza politica», mentre Pillon conta i senatori pro famiglia: «Ottimo, sono più di cinquanta». Non rimane che attendere. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

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