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19.06.2018

Il Mella sta
soffocando
nel liquame

Il basso corso del Mella è scandito da sedici grandi affluenti a loro volta alimentati da 120 vasi minori. Una sorta di sistema vascolare di un essere vivente che non pompa sangue, ma acqua. Una rete vitale, delicata e vulnerabile perchè anche da un piccolo capillare può essere iniettata una dose di veleno letale. Che a differenza del segmento di corso d’acqua che scorre nell’Hinterland e in Valtrompia, non è di natura chimica. Tra Castel Mella e Pralboino gli episodi di inquinamento industriale si sono azzerati, o quasi: merito dei controlli rigorosi dell’Ats, del potenziamento delle reti di collettamento e non ultima del radicamento di una cultura ambientale tra le aziende rivierasche. Chi invece continua a considerare il Mella una fognatura a cielo aperto sono agricoltori e allevatori, una piccola minoranza si intende, ma che fa grandi danni. I numeri, peraltro approssimati per difetto, sono impietosi: 36 episodi di sversamenti abusivi, 50 segnalazioni alle autorità e 4 denunce nei primi cinque mesi dell’anno. Cifre che sottolineano come per i «pirati» del liquame sia garantita un’impunità diffusa: troppo vasto il territorio da sorvegliare, troppo poche le risorse umane da spendere nei controlli, troppo sofisticati i metodi utilizzati per smaltire a costo zero le deiezioni degli allevamenti. Si specchia in questo affresco a tinte fosche, la lenta agonia della parte terminale del Mella. Se all’«alba» il fiume è inquinato dagli scarichi industriali, al «tramonto» è soffocato dai liquami zootecnici. Le scorie insomma cambiano a seconda dell’economia del territorio solcato, ma il corso d’acqua resta per definizione l’immondezzaio fluido delle imprese. Di più. Con l’avvento della raccolta differenziata, nei paesi rivieraschi sta deflagrando l’emergenza dei sacchetti delle immondizie abbandonati sulle sponde o nelle aree di golena. Il vero allarme resta «liquame selvaggio». Al punto che i sindaci dell’area, con un’iniziativa senza precedenti, si sono rivolti nei mesi scorsi al procuratore capo di Brescia Tommaso Buonanno chiedendo di creare una task force inquirente per questi reati.

«DICIAMO che la lettera inviata ai vertici della procura è stata una linea spartiacque per gli amministratori della Bassa - spiega Samuele Alghisi, sindaco di Manerbio, il paese flagellato come il confinante Offlaga dagli effetti degli scarichi di liquame -. Partendo da quell’iniziativa siamo riusciti a creare una sorta di coordinamento tra le Polizie locali, e con l’aiuto della rete social e delle segnalazioni dei cittadini, abbiamo ottenuto dei risultati». Qualche responsabile è stato insomma identificato. «Il nodo resta la flagranza che impedisce spesso di stabilire gli autori materiali dell’inquinamento, ma in molti casi si è comunque riusciti a risalire alle aziende agricole che hanno dovuto risarcire i danni». Quello degli sversamenti abusivi di liquami è un problema cronico della Bassa: la pianura, essendo zona di coltivazione intensiva e a vocazione zootecnica, già di per sé soffre il problema dei nitrati che si accumulano nella prima falda a causa dell’impiego massiccio di fertilizzanti. Ma lo sversamento di liquami senza alcun trattamento, per lo più negli affluenti del Mella, rappresenta una «bomba» ecologica in grado di uccidere pesci e flora. I sindaci di Manerbio, Offlaga, Cigole e Leno, come detto, hanno chiesto con forza una risposta alla magistratura. Il loro impegno per la salvaguardia del territorio rischia di essere vanificato da chi «si sente in diritto di compromettere con sostanze nocive le acque di fiumi e canali -, si legge nel documento dei sindaci. Una condotta tesa solo a risparmiare sui costi di un corretto smaltimento. Non verrà più tollerata». Sul fronte della tutela i tentativi di creare un parco del Basso Mella, ipotizzato già 30 anni fa, sono risultati vani. Manerbio ha comunque creato un ampio polmone verde, altre oasi costellano Pavone, Cigole e Pralboino. «Rispetto al passato si sta investendo molto di più, anche in termini di idee - rimarca Samuele Alghisi -: quasi tutti i Comuni affacciati sul fiume hanno aderito al corridoio ecologico varato dalla Provincia. Si tratta di un’enclave di protezione ambientale che corre lungo il corso d’acqua. Lo strumento consente di acquistare lotti per creare un cuscinetto verde a difesa del bacino». Ma Manerbio farà ancora di più. «Nella convenzione sottoscritta per l’ampliamento dell’azienda Linea Verde - annuncia il sindaco - abbiamo un benefit ambientale che ci consentirà di allestire in un’area di golena il bosco delle farfalle, un luogo dove valorizzare la biodiversità con un’attenzione particolare appunto alle numerose specie di farfalle che hanno trovato un habitat ideale nelle zone di spaglio e non solo. Il bosco avrà naturalmente anche funzioni didattiche» Il basso corso del Mella inizia per convenzione geografica alle porte di Castel Mella, dove l’alveo comincia il suo percorso più sinuoso scandito da ampie anse e lanche, piccoli stagni formati dalle strozzature del letto. Ma anche da salti come quello dei tre ponti di Manerbio. Dopo Azzano e Capriano, dove si possono ammirare i laghetti, il fiume scende verso Dello e Offlaga, prima di riprendere un andamento dritto da Manerbio, Cigole, Pavone, Milzano e Pralboino: l’ultimo segmento che porta all’immissione nell’Oglio in territorio cremonese di Ostiano è quello naturalisticamente più suggestivo. Il problema comune sono gli affluenti: esemplare il caso del Molone e del Rosa, due vasi che nelle vicinanze del delta sono ridotti a discariche.

C’È LA QUESTIONE della manutenzione delle sponde e dell’alveo: la legge non consente più di dragare il fondo del fiume, e le zone di spaglio, ovvero i territori dove il Mella potrebbe esondare senza provocare danni, sono spesso occupate da costruzioni. Le opere di regimentazione a difesa dell’ospedale di Manerbio costruite alla fine degli anni ’90 hanno impresso velocità alla corrente del fiume che spesso esonda in zone mai interessate dagli alluvione. «Le autorità di bacino - osserva l’esperto di ingegneria forestale Alberto Rivetti - fanno il possibile anche a fronte delle risorse limitate, ma sarebbe necessario un piano complessivo di opere che consentisse di risezionare l’alveo dove necessario. Il fiume tornerebbe così a respirare». E insieme a lui, la rete di affluenti simile a un sistema vascolare di un essere vivente, che invece di sangue, pompa acqua che troppo spesso contiene veleno. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

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