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28.12.2017

«Io, tra i profughi
di Samos. Qui la
speranza è un ricordo»

Nel campo profughi di Vathy tante donne e minori soliGiulia Gringiani (la seconda da sinistra) ha trascorso un mese tra i profughi di SamosOltre 4mila persone sono stipate in uno spazio pensato per 700
Nel campo profughi di Vathy tante donne e minori soliGiulia Gringiani (la seconda da sinistra) ha trascorso un mese tra i profughi di SamosOltre 4mila persone sono stipate in uno spazio pensato per 700

Irene Panighetti «Lasciate ogni speranza voi ch’entrate»: all’ingresso del campo profughi di Vathy, a Samos, in Grecia, non c’è la scritta di dantesca memoria. Non sarebbe un primo impatto opportuno per le migliaia di donne e uomini che vi arrivano dopo un viaggio in mare, in fuga dalla guerra o dalla fame. NON SAREBBE un messaggio consono nemmeno per i pochi volontari internazionali che cercano di dare una mano. Ma sarebbe il monito più sincero, perché da Samos non si esce con speranze. È questo che più intristisce Giulia Gringiani, 25 anni, bresciana che, dopo la laurea in psicologia ha iniziato un percorso di volontariato internazionale che l’ha portata ad approdare all’isola greca, dove 4mila persone sono ammassate in tende gelide e umide in attesa. Di cosa? Ufficialmente di essere trasferiti ad Atene, dove iniziare le procedure per la richiesta di protezione internazionale. Ma tra il giorno dell’arrivo e quello del trasferimento possono passare anche anni. E una volta arrivati nella capitale greca la strada è ancora tutta da percorrere, in salita:. «Molti minori non accompagnati che sono riusciti in qualche modo ad arrivare ad Atene sono finiti sulla strada, a prostituirsi», sostiene Giulia, sulla base dei racconti raccolti nel suo mese di permanenza a Samos dove ha trascorso tutto lo scorso novembre e dove ha perso se non ogni speranza, di sicuro il sorriso, almeno per ora. I suoi occhi sono oscurati da un velo di tristezza, che non è rassegnazione ma piuttosto un senso di impotenza: certo, non si lascia abbattere, anzi, si è già attivata per ripartire per la Grecia. E mentre cerca di capire con quale organizzazione e in che modo, ha deciso di «far sapere la situazione di un campo di cui nessuno parla, dove solo pochi volontari sono attivi, dove sono stipate oltre quattromila persone in uno spazio costruito per 700, dove manca tutto: acqua, cibo, sistemazione minimamente dignitosa, aiuto medico o psicologico». Da anni volontaria con i richiedenti asilo, presso strutture della Caritas bresciana o di altre realtà che gestiscono dormitori e situazioni di prima accoglienza, Giulia aveva deciso di dare una svolta al suo impegno e di partire per Samos. Quando vi è arrivata non c’era nessun Virgilio a prenderla per mano per accompagnarla nell’inferno del campo profughi: da sola ha oltrepassato il filo spinato che circonda la distesa di tende, che sono spuntate un po’ dovunque anche al di fuori, su tutta l’isola, che pullula di ripari improvvisati, tende, containers, panni stesi lungo le strade e bambini, molti neonati. Giulia si è coordinata con altre persone dell’associazione Samos Volunteers: «Distribuivo vestiti e bevande calde all’alba e al tramonto, facevo attività di giochi con i bambini, ma le condizioni erano davvero terribili: la stagione delle piogge ha reso infernale una situazione già molto drammatica», racconta Giulia che in un campo di migliaia di persone ha contato solo tre punti dove ci sono i servizi. «IL RESTO - racconta ancora la volontaria bresciana - viene fatto vicino tra i cespugli ma spesso appena fuori dalla tende, perché le donne hanno paura ad allontanarsi anche per fare i bisogni fisici». Così la pioggia incessante ha fatto scorrere rigagnoli maleodoranti e micidiali dal punto di vista sanitario, per la gioia di ratti, insetti e parassiti di ogni natura. Una situazione invivibile ma senza alternative: chi arriva viene trasferito subito in un’area isolata per la registrazione: «Ho visto donne e bambini con vestiti fradici aspettare per ore e ore, di notte», ricorda Giulia. Immagini che non dimenticherà ma che non vuole dimenticare. Anzi, le vuole diffondere, «voglio che si sappia che cosa accade, non si può far finta di niente, l’Europa deve fare qualcosa, un’alternativa deve esserci». Anche perché questa situazione sta creando odio e sentimenti xenofobi pure tra i Greci. Giulia racconta delle «parate militari che ho visto tutte le domeniche della mia permanenza: marce di soldati aranti e altre persone che arrivano in piazza per issare la bandiera e cantare l’inno nazionale, in un pericoloso scenario nazionalista e xenofobo». Scene che i rifugiati o non capiscono, o, la maggior parte delle volte, osservano con terrore. Una paura che, osserva ancora la volontaria bresciana, «pervade soprattutto i minori soli che si fanno travolgere dal panico e arrivano spesso ad atti di autolesionismo. È il segno - conclude Giulia - che una speranza, seppur minima, non risiede più nei loro cuori». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

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