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13.02.2018

L’università «laurea»
Sachs, l’economista
della felicità

Yes, we can. Ce la possiamo fare a realizzare uno sviluppo sostenibile che abbini crescita economica, inclusione sociale e tutela dell’ambiente. Parola di Jeffrey D. Sachs, economista di fama mondiale, direttore del Center for Sustainable Development della Columbia University e senior advisor dell’ONU, che ieri ha ricevuto la laurea honoris causa in Management – Green Economy and Sustainability dall’Università degli Studi di Brescia. Il «come», Sachs lo ha spiegato nella sua lectio doctoralis, in mano una rara copia in italiano dello studio «I limiti dello sviluppo» realizzato dal Mit di Boston nel lontano 1972, ai tempi non capito dalla comunità scientifica internazionale. «Questa laurea – ha spiegato in apertura il rettore, Maurizio Tira -, rappresenta il senso del nostro impegno come ateneo nei confronti dello sviluppo sostenibile, che è per noi una sfida e il presupposto di fondo di tutte le nostre azioni». Una disamina lucida, quella dell’economista americano che ha Donald Trump in gran dispitto («ci sta facendo fare enormi passi indietro, la democrazia Usa è in crisi, il sistema politico è corrotto»), ed è persuaso che le dinamiche dell’economia e del mercato non garantiscano necessariamente l’happy end. Bisogna metterci qualcosa di più. IL MERCATO dice: i prezzi si aggiustano. «Ma che prezzo può avere la fine di 6 milioni di bambini sotto i 5 anni – si chiede Sachs -, che ogni anno muoiono per le ragioni più stupide nei Paesi più poveri, solo perché non ci sono medici o non arrivano i farmaci per contrastare la malaria e altre malattie?». Non si può dare un prezzo alla povertà endemica del sud del mondo, alle disuguaglianze economiche e sociali, ai cambiamenti climatici che ci stanno avvicinando pericolosamente alla soglia dei 2 gradi di surriscaldamento globale, innescando pericolose conseguenze ambientali. Lui, l’economista della felicità come lo hanno definito per via di quell’approccio olistico in cui ha sempre creduto, è convinto che i determinanti del benessere degli uomini non siano riconducibili a un’unica dimensione, quella economica, ma chiamino in causa anche altri aspetti: un lavoro dignitoso, un’etica, il rispetto delle libertà individuali, i legami sociali. Quei principi che cinquant’anni fa papa Paolo VI, il papa bresciano, consegnava all’enciclica Populorum progressio, per Sachs un modello di riferimento insieme alla Laudato sì di papa Francesco, perché ha contribuito a creare una nuova cornice morale per un mondo globale. «ABBIAMO bisogno, urgentemente, di un nuovo modo di pensare, un approccio olistico che abbini economia, tecnologia, politica, sociale», ammonisce, nell’illustrare i sei punti-chiave per vincere la sfida di uno sviluppo sostenibile. «Primo, c’è bisogno di pensare e pianificare a lungo termine. Non in vista della prossima elezione o di quelle successive, ma in vista del 2030 o del 2050. Secondo, bisogna scegliere energie pulite che abbattano le emissioni. Terzo, le aziende: non devono rispondere agli hedge funds, come oggi accade oltreoceano, o alle lobby, ma tornare ad avere un approccio “sociale”, come fanno le vostre imprese italiane “di famiglia”, Illy, Lavazza, Barilla». Quarto, l’Europa: è un modello di cooperazione vitale, irrinunciabile, che aiuta a contrastare quel modo di pensare «da guerra fredda» che porta a dividersi su fronti differenti. «Quinto, imparare un’economia più complessa, dove il capitale privato possa convivere con le regole imposte dallo Stato, consapevoli che serve la finanza pubblica per assicurare a tutti l’accesso ai servizi universali come sanità e istruzione». Sesto, valorizzare il ruolo delle Università, formidabile aggregatore di conoscenza, che possono aiutare a capire il mondo e trovare nuove soluzioni alle criticità. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Lisa Cesco
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