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11.07.2018

Lavori sulla chiesa
dei rondoni dopo il
salvataggio si riparte

La collocazione di un nido tra strato inferiore e superiore dei coppiIl «punto» sul cantiere prima dell’ispezione sul tetto della chiesa della VoltaL’ornitologo Guido Pinoli con un rondone quasi pronto al volo
La collocazione di un nido tra strato inferiore e superiore dei coppiIl «punto» sul cantiere prima dell’ispezione sul tetto della chiesa della VoltaL’ornitologo Guido Pinoli con un rondone quasi pronto al volo

Missione compiuta. Creando un precedente unico per Brescia e per tutta la provincia, in viale Duca degli Abruzzi sono riusciti a far convivere le necessità di un cantiere urgente con quelle delle centinaia di rondoni comuni che prendono possesso ogni anno della chiesa della Volta. Ieri mattina un sopralluogo ha dimostrato che ormai quasi tutti i nidi realizzati sotto i coppi del tetto si sono svuotati con l’involo dei giovani, e adesso l’impresa potrà ripristinare l’ultimo livello del ponteggio, smontato appositamente per lasciare libero il passaggio degli uccelli, mettere mano alla posa delle reti di protezione e avviare il rifacimento della copertura. E per lasciare una chance anche agli ultimi «ritardatari», visto che in settimane di convivenza tra maestranze e volatili si è verificato che la maggior parte delle nidificazioni riguarda la parte di tetto che sovrasta l’abside del tempio, le opere inizieranno dalla parte opposta, ovvero dalla facciata. Un epilogo davvero straordinario, dovuto alla sensibilità dimostrata da tutti i soggetti interessati (lo studio di ingegneria e architettura Lodrini, il direttore dei lavori architetto Beniamino Dioni, l’impresa presente in cantiere, la Zanini costruzioni di Castrezzato, e il parroco don Roberto Zanini); compresi gli operai al lavoro, i quali in questi giorni, lavorando in altre zone della chiesa per non disturbare la nidificazione, hanno comunque avuto la possibilità di fare «birdwatching» registrando la geografia dei nidi e l’etologia dei rondoni. Presente anche un agente del Nucleo ittico venatorio della polizia provinciale, il sopralluogo di ieri è avvenuto insieme all’ornitologo Guido Pinoli, un esperto rappresentante della onlus «Sos rondoni» (una realtà che ha avviato studi e promosso interventi di salvataggio a tema di grande peso in Lombardia, trovando anche l’appoggio della Fondazione Cariplo), e anche grazie alle osservazioni delle maestranze ha permesso di scoprire peculiarità e comportamenti intelligenti di questa specie.

SI È COSÌ verificato che alla Volta questi splendidi migratori insettivori che trascorrono quasi tutta la vita in volo entrano nel tetto dalle fessure dei coppi più esterni, quelli che sporgono nel vuoto; poi risalgono mediamente per 40 o 50 centimetri e, approfittando della pendenza e dei punti di contatto tra le tegole, «risparmiano» nella costruzione del nido (realizzato impastando con la saliva pagliuzze e piume trasportate dal vento e colte al volo, visto che questi uccelli non possono posarsi sul terreno) realizzando in alcuni casi solo la parte in discesa: poco più di una semplice barriera al rotolamento delle uova e dei pulcini. Esaminando alcuni nidi già abbandonati si è avuta anche una dimostrazione della flessibilità del rondone comune: l’inquinamento è una costante anche nell’aria? Apus apus impiega nella costruzione delle proprie «nursery» non solo piume e pagliuzze, ma anche pezzi di plastica volanti più o meno colorati. Tutto finito quindi? Non ancora. Tra Pinoli, progettisti e impresa si è infatti aperto un proficuo canale di scambio e confronto sui materiali e sulle tecniche di ricostruzione del tetto, per fare in modo che la prossima primavera gli inquilini alati possano tornare a nidificare. Anche in questo caso gli addetti ai lavori hanno manifestato attenzione e sensibilità, e certamente si arriverà a soluzioni ottimali: potrebbero essere la base per un regolamento edilizio comunale che armonizzi le esigenze dei cantieri e quelle degli uccelli che vivono in simbiosi con l’uomo (rondoni, rondini e balestrucci) di cui a Brescia non c’è ancora traccia.

Paolo Baldi
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