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12.01.2019

Lieta, 40 anni per i bimbi poveri del Brasile

Lieta di nome, ma anche di fatto. Infatti, lei vede la vita come un melograno che a ogni chicco lascia il compito di rivelare il buono e il bello che contiene; ritiene la parola un bene prezioso, da usare con parsimonia e da non sprecare mai; dice che i bambini, ovunque essi siano, sono bambini che aspettano carezze e non rifiuti e schiaffi; consiglia di non giudicare dalle apparenze, ma guardando al vissuto e ai bisogni delle persone; racconta il “suo” Brasile, dove da quarant’anni vive al servizio di bimbi e ragazzi a cui la storia non ha dato altra possibilità di vivere se non quella assicurata dall’aiuto di qualcuno, con gli occhi disincantati di chi ha visto aumentare piuttosto che diminuire le disuguaglianza che consentono a pochissimi privilegiati ricchissimi - qualche anno fa costoro erano poco più del 15% della popolazione – di possedere i due terzi delle terre coltivate e quasi il 90% della ricchezza nazionale; raccomanda di guardare ogni giorno il cielo, perché è di tutti quelli che abitano la terra; consiglia di mettere tra le cose quotidiane squarci di silenzio, medicina buona per tutti e via sicura per scoprire che la felicità esiste ed è sempre disponibile per chi si accontenta di ciò che ha e che è. LIETA VALOTTI, nata a Paderno Franciacorta cinquantanove anni fa, conserva il viso della ragazzina che alla conquista del diploma magistrale si ritrovò in tasca un biglietto di andata e ritorno per Fortaleza, città del nord-est del Brasile, dove padre Luigi Rebuffini, religioso piamartino della prima ora, suo cugino materno già andato avanti dopo una vita spesa in missione, l’avrebbe accolta per spiegarle di che pasta erano fatti i missionari e con quali problemi e bellezze dovevano misurare e consumare il loro tempo. Lieta andò, vide e decise che le sue competenze italiane, lavoro compreso, potevano aspettare, perché era invece prioritario un impegno deciso e totale al fianco delle opere di assistenza ai bambini di strada di cui il cugino prete si occupava e preoccupava. Con gli occhi disposti ad accendersi al solo approssimarsi di qualche piccolo abitante della città più desolata in cerca di un sorriso, una carezza, una mano cui aggrapparsi per andare oltre l’ostacolo, la ragazzina prese la vanga e incominciò a dissodare il terreno per potervi piantare il seme della bontà, l’unico che genera pane, companatico, sapere e dignità. Lieta, costretta dal visto turistico in scadenza a tornare a casa, provò a convincere i suoi che non lì ma là era il suo posto. Tanto si agitò e implorò che ai genitori sembrò giusto e doveroso concederle un supplemento d’esperienza. Lieta partì felice e felicemente, mettendosi al fianco di padre Luigi, sui resti sgangherati delle baracche usate dai muratori impegnati nella costruzione della diga di Pacotì, vide sorgere casette in cui gruppi di bambini di strada strappati alla strada, potevano ricominciare a sperare e sperimentare giorni migliori. Da Brescia, misurati i bisogni e visto che le briciole di cui disponeva la buona volontà dei missionari di Fortaleza e dintorni non riuscivano neppure a coniugare riso e fagioli, prese forma e sostanza un’idea rivoluzionaria: mettere insieme tante gocce e fare in modo che ognuna fosse sodale all’altra. Capitò a Natale del 1983 quando alcuni amici, visto un secchio sotto la gronda si accorsero che si riempiva accogliendo una goccia dopo l’altra. Uno del gruppo disse: «Ciò che serve per tenere in piedi l’operazione accoglienza intrapresa a Pacotì, è un insieme di gocce benefiche: più sono, più possibilità abbiamo di riempire il secchio e di assicurare pane, companatico e sapere a quei bimbi di strada». GLI AMICI riuniti attorno a padre Giancarlo Caprini, un religioso piamartino nato e cresciuto nel cuore della Bassa bresciana, risero di buon gusto. Poi, “lieti” di aver scoperto l’acqua calda, decidendo di dare il via all’avventura, la battezzarono “operazione lieta” e le assegnarono il compito di essere allegra, felice e lieta... Casualmente, Lieta era anche il nome di quella ragazza che dal 1979, sollecitata dal cugino piamartino, aveva abbandonato le comodità di casa e il posto di lavoro assicuratole dal titolo di maestra conquistato a scuola, per dedicarsi volontariamente ai bimbi di strada, abitanti di una porzione di terra tra le più povere del Brasile. Per gli amici bresciani l’accostamento sembrò straordinariamente ordinario. Così, quell’operazione nata con le iniziali minuscole, divenne «Operazione Lieta», con le iniziali maiuscole, in modo che a nessuno sfuggisse il significato dell’accostamento: essere “lieti” di diventare gocce benefiche e solidali destinate al benessere di migliaia di bambini di strada brasiliani; dare a “Lieta” la certezza di «fare bene il bene», necessario per aiutare quei bimbi a diventare protagonisti del loro futuro. DA ALLORA, sotto i ponti di Fortaleza e Pacotì costruiti e presidiati da Lieta, più che acqua (sempre avara da quelle parti) sono passate generosità straordinarie: quelle dei volontari partiti per mettersi al servizio dell’idea; quelle degli amici bresciani e italiani impegnati a far cadere ogni mese una goccia generosa nel grande secchio delle necessità; quelle della Congregazione Piamartina, missionaria per scelta e coraggiosa nel mettersi al fianco di un’operazione nata per essere testimonianza di bene e di bontà; quelle che l’8 marzo del 1988, festa della donna, consentono di far nascere a Eusebio, paese poco distante da Pacotì, una struttura interamente dedicata all’accoglienza delle bimbe di strada, come i bimbi, o forse di più, bisognose di aiuto e di protezione per diventare donne e protagoniste n ella società; quelle che consentono a Pacotì di aggiungere alle casette (prima cinque, poi otto, adesso undici) destinate all’accoglienza dei bambini di strada, una chiesetta che è auditorium e luogo comunitario, una struttura destinata alla scuola (dotata di aule, cucina e refettorio), una piscina a cielo aperto (niente più che il laghetto formatosi al centro del piccolo villaggio che le braccia dei volontari hanno via via trasformato in luogo di refrigerio e svago), un campo livellato e polveroso adatto a liberare il genio calcistico dei ragazzini, una palazzina staccata dalla scuola destinata all’accoglienza dei volontari in transito e dei visitatori occasionali, ma anche ad ospitare convegni e corsi di studio per docenti ed educatori della zona. Dall’inizio del viaggio in Brasile di Lieta Valotti sono passati quarant’anni; dalla nascita di «Operazione Lieta» appena trentasei. Tanti o pochi, sono anni che raccontano la straordinaria avventura di una donna che ha liberamente scelto di essere al servizio di piccoli sconosciuti in un Paese sconosciuto e, per ciascuno di loro, diventare «mamma, famiglia e casa», prima da sola, poi con Angelo Faustini, suo compaesano e primo volontario, in seguito con la schiera di atri volontari disposti a vivere con lei la magnifica esperienza. Nel giugno del 2001 Lieta e Angelo si sposano avendo come testimoni della loro promessa centinaia di bambini e di bambine ospiti di Pacotì. Da quel momento, per libera scelta, decidono di restare per essere famiglia allargata per mille e mille sconosciuti bambini di strada. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Luciano Costa
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