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25.10.2016

Medico bresciano a
Vasilika: «La disperazione
ha un volto»

La dottoressa Nathalie Bini
La dottoressa Nathalie Bini

L'esperienza vissuta poche settimane fa dalla dottoressa bresciana Nathalie Bini, 26 anni e tanta voglia di aiutare il prossimo, non può essere racchiusa entro una cornice di sensazionalismo mediatico né trovare una spiegazione nel desiderio temporaneo di evasione dalla routine quotidiana. Il suo primo approdo nella periferia più fragile e sofferente del continente europeo è da leggere come la risposta concreta a una limpida convinzione personale e ideale.

Laureata da poco in Medicina a Padova e in attesa di intraprendere la specializzazione in Ortopedia, Nathalie Bini ha deciso di aderire al progetto della giovanissima associazione italiana «Mam Be- yond Borders» e di partire per due settimane in qualità di medico volontario per l'immenso campo profughi di Vasilika, gestito dall'Onu a meno di trenta chilometri da Salonicco, la seconda città della Grecia. Dove vivono ormai da 5 mesi oltre 1.300 persone, in maggioranza donne e bambini fuggiti dalle bombe che stanno flagellando la Siria e i territori curdi, costretti in condizioni igienico-sanitarie e psicologiche precarie, accampati tra la polvere, il fango e i capannoni dismessi nella speranza di «conquistare» il permesso al ricongiungimento familiare e raggiungere il capofamiglia che vive già in Europa. Rientrata in Italia da qualche giorno, Nathalie Bino pensa già all'imminente ritorno nell’inferno della terra ellenica.

Iniziamo però dal principio. Dottoressa, come ha maturato la decisione di partire e perché proprio verso questa destinazione?

«Sentivo fosse la cosa giusta da fare, spendendomi da professionista e da semplice essere umano al servizio di quanti hanno avuto la sfortuna di nascere o di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ho sempre sentito il bisogno di impegnarmi per tutelare il diritto alla salute, fin da quando visitavo i piccoli ricoverati nel reparto di Oncoematologia pediatrica. Ho scelto uno dei suoi campi profughi della Grecia perché scossa dalla drammatica situazione che stanno vivendo centinaia di migliaia di migranti, bloccati senza riscaldamento né acqua potabile a metà strada tra una casa che non hanno più e un continente che li respinge».

Cosa ha trovato al tuo arrivo? Si parla a ragione di emergenza?

«È tutto profondamente diverso rispetto alla ricostruzione fatta dai media occidentali, che insistono solo sui numeri di arrivi e partenze, senza raccontare il contesto. Manca il cibo, le epidemie si diffondono con estrema rapidità ed è frequente l'insorgere di patologie quali asma, polmoniti e otiti. Per non parlare delle infezioni causate da ferite non disinfettate, all'ordine del giorno soprattutto tra i bambini che giocano tra sassi e rottami».

Com'era scandita la sua giornata di lavoro al campo di Vasilika? Che compiti svolgeva?

«Raggiungevamo la struttura alle 9 del mattino e la lasciavamo alle sette di sera. Nei primi tempi giravo tra le tende e gli hangar per visitare le famiglie, somministrare farmaci e medicare qualche taglio. Con il passare dei giorni mi sono ritrovata a socializzare con le persone e a collaborare con le altre associazioni alla distribuzione dei vestiti e di frutta e verdura».

C'è quindi sintonia di intenti tra le realtà benefiche coinvolte?

«Si lavora a stretto contatto, senza problemi: ci sono volontari che insegnano l’inglese, altri che consegnano kit per l'igiene personale, altri ancora che fanno da traduttori per l'ascolto di ogni esigenza».

Qual è lo stato d'animo prevalente?

«C’è tanta disperazione, causata sopratutto dai traumi della guerra e da un futuro pieno di incertezze. Molti bambini soffrono un profondo stress: è sufficiente il rumore di un aereo in volo per farli piangere e fuggire in cerca di un nascondiglio. Tuttavia tra i richiedenti asilo, la maggior parte dei quali possiede ha un passato in patria da insegnante, commerciante o ingegnere, rimane sempre viva la speranza di ricostruire la propria vita in un posto migliore».

Che opinione hanno gli ospiti del centro di accoglienza dell'Europa che li rifiuta e che pensa a costruire muri?

«Sono amareggiati per il fatto che il comportamento di poche mele marce che arrivano in Europa per delinquere influenzi il giudizio dell'opinione pubblica e condanni tutti i profughi senza distinzioni. Non mancano, però, esempi positivi di solidarietà, dai cittadini che regalano generi alimentari ai farmacisti della zona che non fanno pagare i medicinali».

Un ricordo particolare?

«Gli sforzi compiuti da una madre per festeggiare ad ogni costo il compleanno del figlio. Ha raccolto i pochi risparmi per comprare dei palloncini colorati e farglieli trovare in regalo».

Il suo non è stato un addio ma un arrivederci. Come immagina la sua vita professionale tra qualche anno?

«Spero di collaborare da ortopedica con Emergency in giro per il mondo. Per ora ho scelto di tornare a Vasiliki a novembre e poi ancora a gennaio. Ho aperto a mio nome una raccolta fondi sul sito www.produzionidalbasso.com/project/la-luna-di-vasilika per reperire le risorse necessarie all'acquisto sul posto di scarpe invernali, bollitori per l'acqua calda e latte in polvere e altri beni di prima necessità».

Davide Vitacca
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