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30.09.2017

Paraga, in appello dall’ergastolo a 20 anni

Per Paraga forte sconto di pena dopo il processo d’appello FOTOLIVE
Per Paraga forte sconto di pena dopo il processo d’appello FOTOLIVE

Non è più ergastolo. Per Hanefija Prijic, l’ex comandante paramilitare bosniaco conosciuto come Paraga, da ieri non è più carcere a vita. L’ ha stabilito la corte d’assise d’appello di Brescia che ha parzialmente riformato la sentenza di primo grado per la strage avvenuta a Gornji Vakuf, in Bosnia, il 29 maggio 1993. Quel giorno morirono tre volontari: Guido Puletti, Fabio Moreni e Sergio Lana, mentre riuscirono a salvarsi Christian Penocchio e Agostino Zanotti.

IL PROCESSO di secondo grado si è protratto per l’intera giornata di ieri e poco prima delle 20, dopo una camera di consiglio di circa quattro ore è stato letto il dispositivo: 20 anni di reclusione. Che per Paraga potrebbero significare una scarcerazione imminente. L’avvocato Chantal Frigerio, difensore di Paraga, la settimana prossima presenterà un’istanza di scarcerazione. «Inizialmente, dopo la lettura non aveva capito - riferisce il legale - poi si è messo a piangere e mi ha ringraziato». Ma come si è arrivati allo sconto di pena in appello? «La corte d’assise d’appello -spiega l’avvocato Frigerio - ha individuato una sola volontà per più eventi, quindi la continuazione. Si tratta proprio di un meccanismo giuridico che in vista della minor pericolosità sociale del soggetto, che si determina a delinquere una sola volta, permette questa calmierazione della pena contenuta nei limiti previsti dal codice che sono i trent’anni. Poi con lo sconto di un terzo previsto dal rito si è arrivati a venti. La chiave è questa». Una pena quella a cui si è arrivati ieri che Paraga potrebbe avere già scontato sulla base di quanto previsto dalla giustizia italiana. «Considerando che ha già scontato 13 anni e 4 mesi in patria per lo stesso reato e aggiungendo i due di detenzione passati in Italia più quelli previsti da indulto e liberazione anticipata il mio assistito ha già scontato più di 22 anni di carcere e ora vediamo che succede» ha commentato, in merito, l’avvocato Frigerio. Ma secondo il legale rimane il fatto che «questo processo non andava celebrato in Italia e nel fascicolo ci sono gravi irregolarità processuali per cui oggi non posso ancora dirmi soddisfatta».

Nella prima fase dell’udienza il sostituto procuratore generale Giampaolo Zorzi, nella mattinata, per circa tre ore aveva esposto le ragioni della richiesta di conferma della condanna all’ergastolo. Il magistrato ha spiegato perchè «non c’è difetto di giurisdizione» e perchè la «classificazione dell’eccidio come di un delitto politico sopperiva, in quanto alla procedibilità, all’assenza di Paraga in Italia».Per quanto riguarda poi il merito della vicenda la pubblica accusa ha replicato a quanto sostenuto dalla difesa nell’atto di appello dove si parla di «parecchie nebulosità». Secondo Zorzi però queste non offuscano «le solarità evidenti: Paraga era lì, era il comandante supremo» sono stati «rubati i soldi» e i volontari vennero poi «portati tra i boschi». «C’è stata - ha commentato, al termine dell’udienza, l’avvocato Andrea Vigani che con i colleghi Alessandro Magoni, Alessandro Brizzi e Lorenzo Trucco rappresentava le parti civili - una conferma delle sentenza di primo grado nel senso che è stata confermata la giurisdizione italiana e soprattutto confermata la responsabilità di Paraga nell’eccidio».

E il risultato viene giudicato «positivo» anche da Agostino Zanotti che ieri era presente in aula. «Viene confermata la colpevolezza». Ma aggiunge anche un passaggio in coerenza con quanto dichiarato dopo la lettura della sentenza di primo grado: «Se da quella sentenza eravamo usciti con un certo peso a pensare alla fine di questo uomo in carcere, questa sentenza riduce la pena confermando la colpevolezza. Dopodiché meglio per lui che tra un anno sarà fuori di galera. Le responsabilità vengono comunque confermate e noi ci siamo sempre affidati alla legge». Sulle indagini in corso per risalire a chi sparò e sul suo futuro aggiunge: «Ho abbandonato la figura della vittima e continuerò ad essere testimone, ma il mio ragionamento è sempre più politico: il valore di questa sentenza e e di quel gesto di umanità e solidarietà».

Mario Pari
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