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16.05.2018

Per 15 mila islamici
bresciani Ramadan
nel segno del dialogo

Un momento di preghiera al centro islamico di via CorsicaJamel HemmadiNader ElgharbawyIyas AshkarAyman ElsawafShrinMohammed Rajib
Un momento di preghiera al centro islamico di via CorsicaJamel HemmadiNader ElgharbawyIyas AshkarAyman ElsawafShrinMohammed Rajib

«Il Ramadan è un mese generoso, di condivisione universale, oltre che con Dio: non beviamo e non mangiamo e quindi ci sentiamo molto più vicini a tutte le persone del mondo che non possono mangiare»: Jamel Hemmadi, presidente del centro culturale islamico di via Corsica, definisce in questo modo il mese sacro dei fedeli di Allah, che inizia oggi e che nella nostra città è un momento molto sentito perché a Brescia ormai la presenza di musulmani è un dato di fatto che tutti hanno almeno riconosciuto, se non accettato. Si stima che solo in città siano circa 15 mila i fedeli di religione islamica. Quindi anche il Ramadan, uno dei cinque pilastri dell’Islam, è una ricorrenza che ha una ricaduta che va al di là dei confini della comunità islamica. «Insegna a essere in comunione con gli altri, avvicinarci, capirci», spiega Raisa Labaran, studentessa universitaria nata a Brescia da famiglia di origine ghanese e nigeriana. Lei pratica il Ramadan da quando aveva 14 anni, non senza, racconta «provocazioni da parte di chi non ne capiva il senso, lo vedeva come una cosa folle o arcaica. Tuttavia negli ultimi tempi noto un aumento della sensibilità: resta tanta strada da fare ma questo non mi scoraggia». Anzi, assieme al direttivo del centro islamico di via Corsica e ai volontari dell’associazione Giovani Musulmani d’Italia di cui fa parte, Labaran organizza vari momenti di aiuto: «Ogni sera del Ramadan distribuiamo circa 400 pasti in moschea, ma ci impegniamo anche per i non musulmani: una sera andremo a distribuire cibo ai senza tetto e abbiamo già fatto pervenire 150 chili di datteri nelle carceri bresciane per permettere ai detenuti il rito della rottura del digiuno». L’Iftar infatti, la cena di rottura del digiuno al tramonto del sole, prevede che si inizi bevendo latte e mangiando datteri, per proseguire con piatti diversi a seconda delle zone: in Medioriente per esempio si usa molto la carne d’agnello e il cous cous, pietanze che verranno inserite nei menu speciali di certi ristoranti bresciani gestiti da musulmani: come da Janna di via San Faustino, dove, spiega Ayman Elsawaf, «dopo i datteri proporremo baladi (insalate tipiche), riso, cous cous». Dai Nazareni, ristorante palestinese di via Gasparo da Salò, durante il Ramadan capita che «alcune famiglie prenotino e chiedano di essere servite all’orario esatto - racconta Iyas Ashkar, palestinese non credente – sono fiero che queste famiglie scelgano di venire da noi in un momento che è molto intimo: anche se non faccio il Ramadan gli Iftar a casa in Palestina mi mancano molto».

ASHKAR è anche attivista dell’associazione di Amicizia Italia-Palestina e non può non ricordare le stragi che stanno avvenendo a Gaza, come non può non farlo Elsawaf, sebbene sia egiziano: «non posso non pensare ai massacri di queste ore, che hanno coinvolto anche disabili e bambini». Palestina ma anche Siria: «un altro Ramadan di sangue per il mio paese», sottolinea Omar Ajam, del direttivo del centro islamico di via Corsica. «È un triste Ramadan ma vorrei riuscire a trascorrerlo in serenità», dichiara Nader Elgharbawy della macelleria Hamada di via San Faustino, che espone sempre le Fanus, le lampade tipiche del Ramadan egiziano. Per lui, come per chi lavora in un esercizio alimentare, lo sforzo forse è ancora maggiore: lo conferma Mohammed Rajib, originario del Bangladesh, che lavora al Curry Restaurant da poco aperto in Rua Sovera: «è dura, anche perché il giorno è lungo in questa stagione». Rajib festeggia il Ramadan lontano da casa dal 2002 in modo «meno sentito, siamo solo in pochi parenti, mentre in Bangladesh ogni sera è una grande festa». Lo stesso per Shrin 35 anni, che gestisce l’ortofrutta Hamada in via San Faustino: «siamo mio marito e io, lavoriamo fino a tardi e quindi l’Iftar non è una festa come in Egitto». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Irene Panighetti
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