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12.07.2018

Prostituzione,
la multa finisce
in Cassazione

La Corte di Cassazione si occuperà della multa al «cliente» FOTOLIVE
La Corte di Cassazione si occuperà della multa al «cliente» FOTOLIVE

Ora la battaglia legale arriva addirittura in Cassazione. Il Comune di Brescia non ne vuole sapere di uscire sconfitto dalla vicenda giudiziaria al cui centro c’è la multa di 500 euro inflitta a un 42enne, un «cliente» sorpreso con una prostituta lungo una strada del territorio comunale di Brescia. La sanzione è stata annullata dal giudice di pace e l’annullamento è stato confermato in tribunale.

MA IL COMUNE di Brescia ha presentato ricorso in Cassazione. Nel ricorso dell’Amministrazione Comunale si fa riferimento a quanto scrive il tribunale nel rigettare l’appello e cioè che «il Comune avrebbe vietato l’esercizio della prostituzione su tutto il territorio comunale». Ma da parte dei legali rappresentanti della Loggia si spiega che «il divieto non riguarda l’esercizio del meretricio in sé, quale attività umana ed in qualsivoglia luogo, anche privato, ricadente entro i confini comunali, ma interessa esclusivamente la prostituzione esercitata sulle pubbliche vie e cioè su aree demaniali la cui tutela spetta, indiscutibilmente, all’Ente Locale che ne è proprietario». Il Comune osserva poi che la prostituzione su strada è «un fenomeno lesivo del bene giuridico della sicurezza urbana». E «la legge conferisce ai Comuni il potere di adottare norme regolamentari tese al contrasto della prostituzione su strada quale fenomeno pregiudizievole per il bene giuridico della sicurezza urbana». Ma ci sono altri passaggi evidenziati nel ricorso del Comune. Quello, per esempio relativo al fatto che secondo il Tribunale la norma comunale «recherebbe un’illegittima compressione della libertà di iniziativa economica facente capo alle persone dedite alla prostituzione». E in merito il Comune scrive: «la libertà di iniziativa economica delle persone dedite al meretricio può legittimamente subire una compressione all’esito di un bilanciamento con l’interesse alla tutela della sicurezza urbana». E si aggiunge che «addirittura, la concessione di spazi pubblici per lo svolgimento di attività economiche da parte di privati presuppone il previo esperimento di una procedura comparativa, come appunto avviene per il rilascio delle concessioni finalizzate all’esercizio delle attività economiche (...)». E «da quest’ultimo punto di vista, volendo proseguire nel ragionamento sul quale il Tribunale ha fondato la propria decisione, si arriverebbe alla paradossale conclusione che il Comune dovrebbe indire, tra le persone che esercitano la prostituzione, una selezione tesa alla concessione di “postazioni di lavoro” sulla pubblica via».

IL «CLIENTE» sanzionato assistito dall’avvocato Gianbattista Bellitti, da parte sua ha presentato un controricorso in cui si spiega che «viene leso il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge in quanto gli stessi comportamenti potrebbero essere ritenuti variamente leciti o illeciti a seconda delle numerose frazioni del territorio nazionale rappresentato dagli ambiti di competenza dei singoli sindaci. Quindi la mancanza di un riferimento legislativo comune porta i primi cittadini ad emanare ordinanze difformi conseguenti a valutazioni molteplici proprio per il fatto di non derivare da una matrice legislativa unitaria che, come conseguenza, ha la violazione dell’articolo 3 della Costituzione». Nel controricorso si puntualizza anche che «il Comune non ha il potere di bloccare una attività che non può considerarsi illecita adducendo che si vuole tutelare la sicurezza del cittadino». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Mario Pari
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