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15.04.2018

«Ragazzi, la laurea è un punto di partenza»

Luca Borsoni è alla guida del Gruppo Giovani Aib dal  maggio 2017
Luca Borsoni è alla guida del Gruppo Giovani Aib dal maggio 2017

È nipote d'arte, ma imprenditore di prima generazione. Una storia curiosa quella di Luca Borsoni, classe '80, presidente del Gruppo Giovani dell'Associazione industriale bresciana dal maggio 2017: il nonno Renato – scomparso lo scorso anno – è storia del teatro bresciano. «Mi ha trasmesso la passione per la lettura, aveva sempre almeno 4 libri sulla scrivania». Lui, Luca, ha scelto di seguire le orme famigliari, ma in altro modo. Rischiare, sperimentare, fondare una società. E ce l'ha fatta. Trasformando un piccolo studio in un'azienda di consulenza pubblicitaria che impiega circa 20 dipendenti. A cui ha aggiunto, dal 2015, un tuffo parallelo nel manifatturiero, aprendo un'impresa a Lodi. Brescia 2030, Brescia Domani. E poi la Smart Future Academy, in scena al Brixia Forum: i ragazzi amano la città, ma molti immaginano un futuro lavorativo lontano. Qual è la visione di chi guida il gruppo Giovani di Aib, sul tema? «Brescia ha tanto da offrire: aziende, università per ogni gusto, opportunità di vario genere. C'è tutto. Detto questo, se i ragazzi vogliono andare fanno benissimo. Per poter scegliere bisogna conoscere, vedere cose diverse, interagire con economie e culture anche lontane dalla nostra. Sia chiaro, però: non sono un esterofilo. Il motivo per cui possiamo scappare è che siamo cresciuti nel più straordinario dei Paesi possibili. Dove una sola città ha un patrimonio artistico pari a quello di interi stati. La nostra economia, al netto di 50 anni di pessimo governo, è ancora la quinta al mondo». Parliamo di dati: c'è un deficit di laureati in Italia. Soprattutto in certi settori tecnici. «I numeri ci collocano agli ultimi posti in questo parametro, è vero. Ma il problema è più complesso. Prendiamo il caso bresciano: gli ingegneri hanno lavoro già 6 mesi prima di prendere la laurea. Lo stesso vale per i periti tecnici: ti diplomi con 65, e un'occupazione la trovi. Da noi si può avere un'istruzione di altissimo livello spendendo poco, e l'ascensore sociale funziona benissimo. L'Italia è da migliorare, verissimo. Ma non da rifare». Quindi? «La disoccupazione a Brescia ha livelli fisiologici, molto bassi. Quella giovanile è più elevata, ma è un dato che va contestualizzato a dovere. Il nodo sta nelle scelte. E, aggiungerei, nello spirito di sacrificio. Non solo le imprese manifatturiere hanno difficoltà a trovare giovani da inserire, ma anche quelle di altro tipo. Un esempio? Gli atenei sfornano laureati umanisti in quantità, eppure io faccio fatica a individuare persone per la mia azienda, nonostante i pacchi di curriculum». Mancanza di preparazione? «Mancanza di quello spirito di sacrificio a cui facevo riferimento prima. Siamo un'azienda giovane, strutturata, che ha fame, assume e vuole crescere. Non so dove saremo tra 10 anni. Bene: c'è da fare un percorso insieme, con obiettivi a breve, medio e lungo periodo. Impossibile pensare di avere tutto e subito. Pochi ragazzi, però, vogliono investire nella loro formazione. E questo scaturisce da un grande equivoco, che è stato venduto alle generazioni dopo la mia». Quale? «Che la laurea fosse un punto d'arrivo. Sbagliato: la laurea è solo un punto di partenza. Oggi tutto è più liquido, il mercato è ipercompetitivo, e richiede alle aziende di stressarsi al loro interno, se vogliono crescere. E quindi anche ai dipendenti. Poi, ovviamente, c'è una grossa lacuna tecnica che riscontriamo: le lingue straniere. Oggi l'inglese è necessario a tutti, anche agli operai, che hanno a che fare con programmi in lingua straniera». Esiste una ricetta lavorativa e imprenditoriale per il futuro? «Difficile da individuare. I giovani devono ricordarsi che sono quello che sono grazie al loro Paese». •

Jacopo Manessi
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